Geopolitica&Sicurezza

Minaccia jihadista e il rischio di radicalizzazione in Italia

Paper in corso di pubblicazione negli Atti del  Convegno L'eversione in Italia e la risposta dello Stato, organizzato dall'Istituto Alti Studi sul terrorismo e l'eversione (IASTE), Acqui Terme (AL), il 23 febbraio 2019.

Quando anche le ambizioni di potenza dell'Iran infiammano l'Africa sub-sahariana

E’ raro che si parli di scontro fra sciiti e sunniti nell’Africa subsahariana. L’attenzione delle analisi di sicurezza internazionale è prevalentemente rivolta ad altri fattori destabilizzanti, in particolare ai forti flussi migratori, anche interni a quel continente sulle stesse tratte in cui avvengono i traffici di essere umani, armi, droghe, e tutto ciò che rende ed è alternativa a condizioni di vita precarie, al limite della sussistenza. L’attenzione è tutta per quella smuggling economy (economia del contrabbando) che ha assunto ormai ampiezza, consistenza finanziaria e potere da allertare i governi centrali delle (poche) nazioni più stabili della regione, ma che sta altresì finendo per dominare realtà statali più fragili, con il risultato di ampliare l’arco di instabilità dall’Africa occidentale a quella orientale. E l’area sub-sahariana ne è il cuore pulsante.

Ed è proprio in questo contesto di fragilità che si sta letalmente inserendo, da alcuni anni, quel contrasto fra sunniti e sciiti imposto all’intera comunità musulmana da potenze regionali quali Arabia Saudita, Turchia, Qatar dal lato sunnita, e Iran da quello sciita, esclusivamente quale strumento di potere, dominio e controllo di regioni dalle risorse sempre più strategiche perché meno disponibili per via della competizione economica mondiale. Perché, ed è bene ricordarlo, l’Africa può essere un continente impoverito, oltre che dai suoi innumerevoli seppur limitati conflitti interni e dalla cattiva e corrotta politica della sua classe dirigente, anche da decenni di provvedimenti economici e finanziari penalizzanti (come gli obblighi per “gli aggiustamenti strutturali” imposti da organismi economici sovranazionali, quali FMI e Banca mondiale), ma non è affatto un continente povero. E che la competizione fra tutte le potenze regionali e mondiali si giochi anche in Africa è ormai un dato indiscusso, più che assodato e ampiamente divulgato da innumerevoli analisi.

L’inserimento, quindi, del conflitto intramusulmani in Africa, come già sta accadendo in Medio Oriente e in parte dell’Asia, è appunto solo strumentale al raggiungimento di interessi egemonici di potenze extracontinentali. Non è un caso che si parli di “mediorientalizzazione” di quell’ Africa dove è più numerosa la comunità musulmana: è il trasferimento della medesima conflittualità fra sciiti e sunniti che, con l’aggravante dell’ inserimento del jihadismo radicale del sedicente Stato Islamico (IS),  ha devastato la Siria e l’Iraq, mettendo a dura prova, con la massa di profughi, anche la stabilità interna di Libano e Giordania. Perché il rischio vero è che oltre alla competizione fra i due volti del jihadismo, ossia quello di alQaeda e quello dell’IS, si stiano rafforzando le basi per ampliare lo scontro fra il salafismo-wahabismo, da un lato – a cui entrambe queste sigle appartengono - e lo sciismo radicale, in una regione dove tutte le anime dell’Umma hanno sempre convissuto  pressoché pacificamente.

In passato, infatti, nell’area sub-sahariana, in questo ingresso verso l’ Africa nera, lo stesso richiamo jihadista qaedista  non era stato accolto con fervore, ad eccezione della Somalia degli al-Shabaab o, prima ancora, nel corso degli anni ’90, del Sudan di Omar al-Bashir, amico e tutore di Osama bin Laden. La causa qaedista era vista dalla comunità musulmana nera africana come una causa prettamente “araba”, più attinente ai giochi di potere propri del Vicino Oriente. I motivi storici e culturali di tale rifiuto erano molteplici: l’impronta sufi e il relativo rifiuto al martirio e all’assassinio in nome del jihad propri dell’Islam subsahariano, così come l’opposizione al salafismo-wahabismo, considerato, e non a torto, strumento “dell’imperialismo saudita”.

La situazione è andata tuttavia degenerando dopo il fallimento delle rivolte del 2011, la  guerra in Libia, e il conseguente ampliamento dell’instabilità dal Nord Africa verso i confini  meridionali e desertici di quei Paesi, dalla Tunisia all’Egitto. La nascita di ampie zone insicure, veri e propri santuari per la criminalità e milizie armate dedite a ogni sorta di traffici illeciti per autofinanziarsi e sopravvivere, ha permesso la nascita e il rafforzamento di strutture jihadiste di stampo qaedista, gran parte delle quali hanno poi aderito, dal 2014, al progetto del Califfato dal marchio IS. E’ il caso di Boko Haram, con il suo splinter group, l’ Islamic State of West Africa Province  (ISWAP), fra i più attivi e violenti al momento nel Nord della Nigeria. Ed è proprio in questo Stato, fra i più popolosi della regione, da cui proviene il principale flusso di immigrati clandestini in Italia, diviso in oltre 300 etnie, destinato a crescere come popolazione tanto da diventare il terzo Stato più popoloso al mondo entro il 2050 (dopo India e Cina) e flagellato da corruzione e criminalità organizzata, che si stanno rafforzando soggetti e definendo i ruoli per la futura conflittualità nella regione sub-sahariana.

Una sorta di Stato parallelo, potente finanziariamente e con ramificazioni nel continente europeo, che si è venuto a creare proprio in Nigeria per via delle intense e proficue attività della sua mafia e che, di fatto, sta contribuendo all’instabilità di quella nazione e dei Paesi limitrofi, favorendo le attività di gruppi jihadisti, obbligando alla fuga da violenze solo di chi può permetterselo. E’ il controllo da parte della criminalità organizzata autoctona ed elementi eversivi di quegli spazi insicuri sorti in seguito alla pessima gestione e il tardivo o addirittura mancato institution building da parte delle potenze occidentali nel Nord Africa dopo le rivolte e la guerra alla Libia nel 2011.

Non è più una novità che il jihadismo anche africano attinga dal crimine organizzato autoctono: si tratta di uno scambio di competenze proficuo per entrambi, là dove le organizzazioni criminali, inizialmente locali e ora quelle organizzate transnazionali (fra cui la ‘ndrangheta), traggono profitto dal traffico di essere umani, droghe, armi leggere, rapimenti, contraffazione di documenti, solo per citare i più redditizi, e   il jihadismo sopravvive garantendo  la protezione armata alle rotte di questi traffici, arruolando criminali locali perchè già addestrati all’uso delle armi,  in grado di fare rete  fra bande, muoversi nelle aree montagnose e desertiche, e lì creare santuari sicuri, e poi perché più spietati perché avvezzi alla violenza.

In questo clima di instabilità, insicurezza ed elevati interessi ed introiti economici si inseriscono le ambizioni di influenza di potenze esterne a quel continente. Non si tratta più dell’ormai datato confronto fra Washington vs Beijing consensus, visto il moltiplicarsi di attori e competitors mondiali per il controllo delle risorse. Lo spietato confronto sembra ora giocarsi anche sull’ ampliamento di sfere di influenza politica di potenze regionali, quali l’Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar e l’Iran, per citare i più potenti, subdoli ed attivi.

L’azione di Teheran in tale senso è, tuttavia, la meno conosciuta ed evidente. Eppure, la stessa guerra in Yemen con il sostegno iraniano  agli sciiti Houthi si è mossa e muove  spinta dall’ambizione di controllare lo stretto di Bab-al Mandeb,  e i relativi  traffici verso il Mar Rosso e Suez, e da lì creare un ponte verso l’Africa orientale. Per alcuni osservatori, si tratta del tentativo iraniano di ricreare in territorio africano quella Mezzaluna Crescente sciita che, nel Vicino Oriente, parte dal Libano e raggiunge lo Yemen, appunto, passando dagli scenari di guerra siriano e iracheno, sino ad agitare la maggioranza sciita bahrenita contro la casa regnante  sunnita degli al Khalifa. E’ il desiderio di istituire, dall’Africa orientale sino all’Africa atlantica (in particolare il Gambia), quella Tropical Shi’ism Zone in cui divulgare la rivoluzione khomeinista, attraverso centri di formazione e di cultura, e creare i presupposti  per un modello di governo-regime pari a quello presente a Teheran, con valori, obiettivi e diplomazia condivisi e divulgati da una sapiente propaganda.

In nome di questa Mezzaluna sciita africana Teheran smuove uomini e ampie disponibilità finanziarie al fine di contrastare l’avanzata salafita e wahabita nell’Umma di quel continente, per crearsi un ruolo di potenza regionale di riferimento e per avere un ruolo nelle negoziazioni geopolitiche anche come super-potenza mondiale dato che, secondo alcuni osservatori, l’obiettivo reale iraniano in Africa sarebbe il controllo delle più ricche miniere di uranio, di cui nazioni come il Niger dispongono ampiamente, al fine di proseguire nel proprio programma nucleare.

Ed è proprio nel nord della Nigeria, lungo il  confine con il Niger, in una sorta di aggiramento del vero obiettivo strategico, le miniere di uranio, che  il rischio di scontro fra sciiti e sunniti sembra  concretizzarsi.

Dieci milioni di sciiti nel Nord della Nigeria guardano all’Iran come alla teocrazia di riferimento,   per il loro credo religioso e come modello di governo fondato sulla stretta osservanza della sharia, e rispondono in massa al richiamo dell’ Islamic Movement of Nigeria  (IMN) dello Sheik Ibrahim al-Zakzaky. Quest’ultimo è infatti considerato responsabile dell’introduzione dello sciismo radicale in Nigeria nel corso degli anni ’80, così come la Jama’at Izalat al Bid’a Wa Iqamat as Sunna o Izala Society, sunnita wahabita ampiamente foraggiata dall’Arabia Saudita, fece ingresso sempre in quel decennio contrapponendosi alla  pacifica e tollerante cultura sufi, considerata troppo intellettuale e lontana dai precetti del vero islamismo. L’appoggio dell’Iran khomeinista all’IMN di al-Zakzaky ha fatto sì che questa organizzazione venisse modellata  come gli Hezbollah libanesi ed addestrata  per mezzo di costoro (tramite la diaspora libanese) e gli uomini di quella Quds Force (corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, IRGC), già protagonisti, sotto il comando del gen. Qassem Soleimani, nella formazione militare e di guerriglia di gruppi eversivi nel Vicino Oriente, dagli  Hezbollah appunto, ad Hamas e Jihad islamico, così come delle Hashid Militias, le milizie sciite, protagoniste nella guerra contro l’IS in Iraq.

L’arresto di al-Zakzaky, nella primavera del 2018,  in seguito alla repressione di proteste dell’IMN da parte del governo centrale nigeriano, ha portato a dimostrazioni e all’acuirsi degli scontri fra sciiti e sunniti, già iniziati due anni prima, e  a cui appartenenti di Boko Haram hanno di recente dato man forte.

In definitiva, nell’Africa subsahariana, là dove sono ampiamente presenti rivolte, guerre locali e i conflitti intra-clanici, tribali, e intra-religiosi che  non sembrano essere percepiti dall’Occidente per ignoranza e convenienza, e che proprio per questo ancora si ostina a restare inchiodato nella ferrea distinzione fra migrante economico e rifugiato, proprio in quell’Africa da cui provengono i migranti sulle coste mediterranee si stanno definendo i caratteri di un ennesimo scontro, elemento di grave instabilità, quindi, anche per l’Europa. Sono le ambizioni di potenza di Iran, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e quant’altri e che, per i caratteri sanguinari che ha ormai assunto, definire  come soft power è meramente accademico e drammaticamente infido.

“Chi controlla l’Africa controlla l’Europa”, ha affermato di recente il presidente del Niger  Mahamadou Issoufou, ben conscio del rischio di una estensione dell’instabilità nel suo Paese dalla vicina Nigeria, per via degli scontri intramusulmani al Nord e l’infiltrazione di elementi criminali, con le inevitabili ripercussioni sull’aumento di profughi  clandestini verso il continente europeo. Le concause, quindi, sono innumerevoli e mai adeguatamente contrastate perché beatamente ignorate, come appunto la presenza dell’INM, Boko Haram, l’Iswap, ampiamente foraggiati da Stati del Vicino Oriente, sui quali sarebbe necessario premere, almeno diplomaticamente, per impedire tali intromissioni. Così come sarebbe opportuno il coordinamento operativo per  contrastare collettivamente la potente criminalità organizzata nigeriana, o Mala Nera, che si estende dal Delta del Niger su, a Nord, non solo in Africa e verso le coste del Mediterraneo, ma persino in Italia e nell’Europa tutta che accoglie le diaspore di quelle genti.  

Il jihadismo, lo scontro intra-musulmani  e la criminalità organizzata viaggiano, dunque, di pari passo. Alimentare i primi significa ingrassare quest’ultima che gode dei traffici illeciti, in un rapporto non più separato come un tempo: la sovrapposizione fra milizie armate di qualsiasi credo musulmano, gruppi eversivi e la criminalità organizzata  nigeriana è ormai un dato di fatto. Non è più chiaro chi cerca solo il profitto e chi il controllo del territorio. Una convivenza redditizia. Almeno, sino ad ora. Tuttavia, non si può sperare solo che imploda e che jihadisti e criminali si combattano per la supremazia sul territorio. Prima che ciò possa accadere, altre vite verranno sacrificate nella lotta fra le diverse anime dell’Islam per il controllo egemonico dell’Umma e di una terra ricca di risorse strategiche. Dal Nord Africa a quella sub-sahariana, jihadismo e criminalità sono, quindi, tutt’uno. Così accade che le ambizioni di unire la comunità musulmana sotto le proprie insegne e  di dominare quel vasto e ricco territorio oppongano  potenze in un confronto che ha tutte le caratteristiche dei moderni conflitti, ossia di lunga durata, sanguinario e privo di exit strategy,  i cui riflessi si infrangono lungo le coste e le speranze di fuga  naufragano nelle acque del Mediterraneo. 

 21/1/2019

Foto: milizie sciite nigeriane

www.globaltrendsandsecurity.org

Germana Tappero Merlo©Copyright 2019 Global Trends & Security. All rights reserved.

Economic Warfare against Iran. Le sanzioni e la guerra economica all'Iran.

Articolo pubblicato su V. Ilari, G. Della Torre (a cura di), Economic Warfare, Storia dell'arma economica, Quaderno SISM 2017.