Il Sahara Occidentale e il riaccendersi di un conflitto. Ombre di jihad

In gergo si chiamano conflitti congelati. Sono quei conflitti che  hanno avuto origine molto, molto tempo fa, ci si ricorda che sono stati cruenti, complessi, lunghi addirittura  infiniti e poi scomparsi, almeno dai media. La storia del secolo scorso ne ha visti nascere e mai concludersi parecchi. Fra questi, di recente, sono ritornati agli onori della cronaca almeno tre: Armenia e Azerbaijan per il Ngorno-Karabakh, Etiopia ed Eritrea a causa delle intemperanze del Tigré e, nelle ultime settimane, quello fra il Marocco e le milizie del Polisario, quel Fronte Popolare per la Liberazione del Sahara Occidentale di Saguia el- Hamra e Rio de Oro, ossia di quel dominio un tempo spagnolo e ora territorio marocchino che Polisario vorrebbe invece indipendente  sotto il nome di Repubblica Araba del Sahara Occidentale.

La tregua fra questi soggetti, che durava da 29 anni, sarebbe stata violata dalle forze regolari di Rabat in risposta al blocco armato da parte di miliziani del Polisario della via commerciale principale, passante per la zona cuscinetto di Guergarat, che dal Marocco porta verso la Mauritania e il sud del Sahel. La risposta marocchina sarebbe stata così dura da farla definire dal Polisario un “atto di guerra”. Un’affermazione che non porta a nulla di buono, là dove il Polisario è ospitato, armato e supportato dall’Algeria da sempre contraria al Progetto di Unione del Maghreb sostenuto dal re del Marocco, e la cui realizzazione gravita nella soluzione del contendere per il Sahara Occidentale. Ogni qual volta ci si avvicina ad attuare l’Unione con una fattibile soluzione per il Sahara occidentale, interviene il Fronte Polisario, con incursioni armate dai suoi santuari in Algeria e Mauritania, con relativa reazione da parte del Marocco. E così 100 milioni di magrebini, che potrebbero beneficiare economicamente dall’Unione del Maghreb, diventano ostaggio dell’ostinata opposizione di 200mila Sahrawi, ossia quegli arabi-berberi unici ad avere il diritto di reclamare quella regione, la cui causa diventa violenta  in mano al Polisario.

L’Algeria si serve delle prestazioni militari di quest’ultimo per garantirsi l’accesso diretto all’Atlantico e alle risorse del Sahara occidentale. La sua presenza è, in particolare,  attorno a Tindouf,  città algerina che ospita, tra l’altro, campi profughi dei Sahrawi,  vittime sacrificali di quelle contese che ora non hanno più un carattere solo locale ma quella di vera e propria proiezione di potenza straniera, come lo erano un tempo, durante la guerra fredda, quando il Sahara occidentale era oggetto del  teatro di guerra per procura fra Usa e Urss.

A riaccendere, infatti, i toni di questo conflitto fra Polisario-Algeria e Marocco, si sono andate inserendo negli ultimi mesi rivalità fra  soggetti anche distanti geograficamente da quella porzione di Africa, le cui ambizioni di influenza e controllo paiono non essere più un mistero.

I due  assi nascenti contendenti sono rappresentati da un lato dalla Turchia, Pakistan e Iran (a supporto dell’Algeria) e dall’altro da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Bahrein (pro Marocco). In pratica un blocco musulmano non-arabo contro quello musulmano arabo. Il primo  ricalca un’eredità storica, essendo stata l’Algeria  resistente da sempre alle pressioni di altri Paesi arabi e vicina un tempo all’Unione Sovietica e ora alla Russia (da qui le affinità con l’Iran); mentre il Marocco è da sempre un baluardo certo e solido dell’altro schieramento più vicino agli Stati Uniti.  Ad essere particolarmente agguerriti in questo faccia a faccia sul Sahara Occidentale sarebbero, manco a dirlo, la Turchia  e gli EAU. La prima guarda al suo controllo del Sahara Occidentale come la chiusa di un cerchio turco-africano che parte dal Corno d’Africa, in particolare dalla Somalia dove Ankara, fra gli innumerevoli interventi, gestisce infrastrutture critiche (il porto di Mogadiscio) e in cui disloca la  sua più grande struttura di addestramento militare d’oltremare, per arrivare appunto all’Atlantico. Ed è qui che l’Algeria ha un ruolo strategico, essendo il secondo partner commerciale africano della Turchia, dopo l’Egitto con cui, al momento, sta ai ferri corti anche per via della Libia.

L’altro soggetto sono appunto gli EAU, che hanno deciso di estendere il loro raggio d’azione e influenza in funzione antiturca in quella parte di Africa. E il Sahara Occidentale è solo uno dei tanti argomenti che vedono contrapposti Abu Dhabi e Ankara: dalla Libia, al gas naturale nel Mediterraneo orientale, passando dal destino del Mar Rosso e appunto quello del Corno d’Africa. Da qui il supporto di EAU al Marocco nel confronto con  il Polisario, sostenuto  invece ampiamente dall’Algeria, come partner strategico, a questo punto ‘armato’, della Turchia.

Ma questo gioco di pedine rischia un’evoluzione pericolosa per la stabilità dell’intera area.

Nelle tensioni fra queste piccole ma prepotenti potenze si sta insinuando, con violenza, il tarlo oscuro del jihadismo. Appelli alla violenza e al jihad stanno infatti comparendo in video trasmessi via social da soggetti appartenenti al Polisario: un incitamento ai giovani alla lotta armata e agli attentati suicidi. Un appello che pare essere accolto, perché sono proprio i giovani che reclamano un’azione più aggressiva per l’indipendenza. Qualsiasi cosa, per costoro, è più accettabile che l’attuale stasi che per loro non porta ad alternative di vita. E  il nemico da colpire è il Marocco.

I video mostrano adolescenti, in mimetica, con tanto di bandiera del Polisario, che inneggiano alla guerra e alla lotta, in una modalità che ricorda quella jihadista. Gli appelli paiono essere stati registrati proprio a Tindouf, in quel campo profughi dei Sahrawi in cui ha vissuto per anni Adnan Abu Walid al-Sahrawi a capo, ora, dello Stato Islamico del Grande Sahara, su cui pende una taglia di 5 milioni di dollari per la morte di 4 militari statunitensi in Niger. Al suo marchio corrisponde l’affiliazione a quello Stato Islamico che seppur in difficoltà nel Vicino Oriente è in forte ascesa nel Sahel, laddove ciò che gli sta sopravvivendo, ossia i suoi principi ideologici (aqeeda) e quelli strategici (manhaj) trovano accoglienza e applicazione, come risultato principale del suo proiettarsi oltre i confini operativi tradizionali, contribuendo  così al suo carattere transnazionale e alla perpetuazione del suo progetto.

Ecco perché si temono infiltrazioni jihadiste filo Isis fra quelle tende di Sahrawi senzapatria.

Proprio questo Stato Islamico del Grande Sahara  è protagonista di brutali violenze dal Mali, alla Mauritania sino al Burkina Faso e contrastato, in quei luoghi, per lo più dalla Francia, non a caso fra i più agguerriti avversari della Turchia in tutti gli attuali scenari di crisi e guerre. Non si tratta però  di coincidenze. Non ci sono mai banali e scontate coincidenze nelle turbolenti relazioni internazionali, soprattutto di quest’ultimo ventennio. E il recuperato vigore di conflitti congelati e sospesi del secolo scorso, attraverso l’afflato di un jihadismo sponsorizzato da medie potenze e accolto da alcuni di quei vecchi protagonisti, come il Fronte Polisario, ne è la conseguenza e al contempo la testimonianza più drammatica, gravida di incognite per il futuro di molte regioni.

 

5/12/2020

 

Photo: gettyimages

il destino di guerra dell'Etiopia

Uno strano destino di guerra sembra  travolgere l’Etiopia e il suo Primo Ministro Ahmed  Alì Abiy, Premio Nobel per la Pace nel 2019 per aver posto fine ad un conflitto congelato, lungo vent’anni, con la vicina Eritrea. Con i suoi 110 milioni di abitanti - il secondo Paese più popoloso d’Africa - divisi in 80  fra etnie e nazionalità  differenti, con un tasso di crescita (ante pandemia) del 10% annuo, destinato a diventare la prima potenza economica dell’Africa orientale per via delle sue infrastrutture per la fornitura di energia elettrica - grazie anche alla mega diga GERD, “una gloriosa battaglia vinta contro la povertà”, recita lo slogan governativo – l’Etiopia sta di fatto rovinosamente franando verso una guerra civile. Una “guerra inaspettata”,  l’avrebbe definita Abiy, anche se è difficile credergli, con tutte le molteplici premesse evidenti già da parecchio tempo, tanto che, per alcuni osservatori, ciò che sta avvenendo ora in quel Paese è come ‘guardare al rallentatore un treno schiantarsi’. Il rischio, non così remoto, è che l’instabilità e il confronto armato interno, già ora molto sanguinario, dall’Etiopia si allarghino al resto di quella che è una delle regioni più strategiche al mondo, ossia il Corno d’Africa. Perché da lì, allo Yemen e alla Penisola Arabica il passo è breve.

Come tutti i conflitti africani dell’era post-coloniale, anche ora in quel Paese l’oggetto del contendere  fra nemici locali, per lo più etnie, sono quelle aree divise da confini imposti loro senza che sia stata rispettata la loro reale, antica competenza di possesso di quella zona che, per quelle genti, significa vedersi sottrarre terreni da economia semplice (agricoltura e pastorizia) sino a  più importanti ricchezze (petrolio, acque, uranio, terre rare e molto, molto altro), in grado queste ultime di attrarre, però, ingordi interessi anche esterni, da cui instabilità e conflitti a diverso grado di intensità, con un ricorso al terrore come tattica privilegiata. Sono tutti conflitti intra-stato che stavano incombendo da decenni, ma che ora  la liberalizzazione  di nuovi spazi politici e sociali, con anche il moltiplicarsi di protagonisti di peso nelle relazioni internazionali, ha fatto emergere numerosi soggetti che ne diventano portavoce. Da qui le guerre per procura per potenze regionali e mondiali, di cui   quelle più note nel Vicino Oriente e Asia centrale, ancora un po’ eclissate quelle in Africa.

Ma, appunto, le premesse a ciò che sta accadendo in Etiopia. Sino ad ora si è trattato per lo più di violente frizioni interne fra diversi gruppi etnici, a colpi di machete e attentati terroristici, contro la popolazione avversaria inerme,  per questioni di ‘confine’ oppure  per rivendicare l’autonomia dal governo centrale, a sua volta accusato di non garantire la sicurezza della sua gente da gruppi armati riferenti alle diverse etnie. Da qui l’aumento del malcontento popolare che replica con altri attacchi, altre  stragi  fra civili, anche di manifestanti  alle legittime proteste di piazza contro il governo. Stragi a cui non si sa dare paternità, come quella di 500 lavoratori uccisi a colpi di machete, lungo il confine con il Sudan. Censura (anche di internet) e propaganda alzano fumi su indagini e colpevolezze.

E  Abiy risponde, non con il dialogo, come si converrebbe ad un accreditato  mediatore, ma con il pugno duro delle sue forze di sicurezza. In una sola di quelle proteste, a giugno, vi sono stati oltre 150 morti fra i manifestanti, con strascichi di evidenti violazioni dei diritti civili, fra esecuzioni extragiudiziarie  e detenzioni arbitrarie, già ampiamente documentate da organizzazioni umanitarie.

Ma non mancano attriti violenti fra gruppi etnici etiopi con altri, quelli di Paesi vicini, come Somalia e Sudan, da cui l’ultima strage con 35 vittime falciate su un autobus di linea in una regione occidentale, al confine con il Sudan. In sostanza, ciò che sta avvenendo ora in Etiopia è un conflitto intra-stato dalle potenzialità regionali dirompenti.

Anche perché gli oppositori più agguerriti di Abiy sanno perfettamente dove colpirlo. Il nuovo e più importante scontro interno etiope è infatti fra le forze armate governative e quelle dislocate nella regione  del Tigrè, a nord, proprio al confine con l’Eritrea.   Tutte compatte attorno al  Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), queste forze armate regolari etiopi  sostengono le pretese di autonomia del Tigrè da Addis Abeba. Non uno sparuto gruppo armato,  ma si ipotizzano 250mila unità, fra regolari e milizie, dell’intero Comando Settentrionale Etiope. Combattenti per tradizione, temprati  un tempo dall’opposizione armata al vecchio regime marxista Derg (1991) e ora da anni e anni di guerra contro l’Eritrea. Una forza militare che è ora in mano all’etnia  tigrina che per oltre trent’anni ha governato l’Etiopia, soppiantata proprio da Ahmed Abiy nel 2018. Una forza che ‘non si deve sopravvalutare’ avrebbe affermato Abiy, ma che di fatto temendola, l’ha bombardata con attacchi aerei mirati.

La  resistenza armata del Tigrè si basa su accuse di brogli alle ultime elezioni (continuamente posticipate per colpa della pandemia), con cui il premier  Abiy ha visto rinnovare il suo mandato, che costoro hanno rigettato, rispondendo  con altre elezioni, indipendenti ma illegittime secondo il governo centrale. Lo scontro si è fatto via via così cruento da trasformarsi in conflitto aperto, con una singolarità strategica rispetto a quanto ci si poteva aspettare: la risposta tigrina agli attacchi aerei del governo centrale è stato il lancio di razzi, in questi giorni,  verso l’aeroporto e sedi di istituzioni governative dell’eritrea Asmara. E’ voler cercare la frizione  con il dittatore eritreo Ysayas Afewerki. Significa  colpire al cuore il successo di Abiy come pacificatore. E’ voler  mortificare l’ex nemico e ora  nuovo alleato  che, voci sempre più frequenti, vogliono che  Abiy  incontri sovente allo scopo di visitare installazioni militari da replicare poi nel suo Paese. Tutto ciò è inconcepibile per il FLPT che da sempre considera Afewerki il più acerrimo nemico della  terra d’Etiopia. Da qui, l’escalation del confronto fra forze tigrine e governo centrale etiope che, nel frattempo, richiama parte del suo contingente impegnato  nell’operazione di peacekeeping lungo i confini con la Somalia contro il rischio jihadista degli al-Shabaab e non esita, in terra etiope, a utilizzare  milizie  di altre etnie (Amhara) e  forze paramilitari, come i Liyu dell’ Oromia. Ci sono tutti i presupposti per una guerra civile, anche se Abiy la definisce  “una mera operazione di polizia” contro una banda di ‘criminali’ e ‘terroristi’. Così facendo nega l’evidenza di centinaia di morti fra i civili soprattutto tigrini, da cui l’accusa ad Abiy, da osservatori internazionali, di  vera e propria pulizia etnica.

Da quell’inferno di violenze alla ricerca della salvezza il passo è breve, seppur carico di disperazione e incertezze. La fuga di migliaia di disperati ha contato sino ad ora circa 10mila persone, per lo più bambini, verso il Sudan, ma è destinata a crescere, anche per via degli effetti della pandemia e dela devastazione di raccolti da parte di un’eccezionale ondata di locuste dal deserto.

Ma i guai per Abiy arrivano anche da altrove. E’ fallito da pochi giorni l’ennesimo  tavolo di trattive con l’Egitto e il Sudan per la questione del riempimento, da parte etiope, della diga GERD sul Nilo Azzurro, considerato per quei Paesi  a valle un  durissimo colpo alle loro economie. E se il dialogo fallisce, venti di guerra soffiano, come sempre accade in quella parte di Africa. Anche se non concreta, al momento, la minaccia di un ricorso alle armi passa attraverso il dislocamento di forze aeree e d’élite  Saiqa  egiziane nella Marwa Air Base in Sudan, allo scopo ufficiale di esercitazioni congiunte (almeno sino a fine novembre) fra i due Paesi. Esercitazioni militari che prevedono la simulazione di un attacco ad una grande infrastruttura critica. Facile immaginare quale possa essere questo impianto.

In partica, è ribadire che la valenza strategica di quelle acque vale l’azzardo di un confronto armato o, quanto meno,  mostrare i muscoli ad Abiy. Perché non profittarne, visto il momento di estrema debolezza di quel Paese? Il quadro si complica e gli analisti già parlano di ‘rischio balcanizzazione’ di quella porzione di Africa orientale, ossia  una frammentazione territoriale fra etnie che va contro la visione di unità nazionale ambita  da Abiy, per la quale ha fatto pace all’esterno, ma che si ritrova ora a fare una guerra al suo  interno per un etno-nazionalismo, ora rivendicato dalle forze del Tigrè, ma che sembra imporsi come modello in gran parte del mondo contemporaneo, dall’Africa al Medio Oriente.

Ciò significa instabilità politica, rischio di guerre e  un mancato contenimento del terrorismo, soprattutto quello jihadista della vicina Somalia, anche perché la popolazione etiope cristiana ortodossa sarebbe un obiettivo decisamente  ambito per i combattenti qaedisti di al-Shabaab. Non rimane che la fuga, la ricerca di una salvezza nei Paesi vicini:  ondate di paura e di esseri umani   che potrebbero riversarsi  lungo il Corno d’Africa così come sulle sponde africane del Mediterraneo. Almeno così recitano gli ultimi rapporti di agenzie, anche di intelligence, internazionali. Prenderne coscienza in tempo è un dovere collettivo. Trovare una soluzione di dialogo è un’urgenza che non ammette esitazioni, per non trovarsi poi a sdegnarsi per i morti dei naufragi nelle acque dei nostri mari e a chiedersi ignorantemente da quale guerra quei disperati stessero scappando.

 

16/11/2020

I pilastri della politica estera di Joe Biden

I pilastri della politica estera del neo presidente statunitense Joe Biden portano l’etichetta dei 3D: Domestic, Deterrence, Democracy. Se il ruolo e il rafforzamento  degli strumenti di deterrenza e la riscoperta della democrazia sono intuibili, non sono così immediati per ciò che riguarda quel ‘domestic’, che sta per ‘interno’.  Eppure, proprio il ricucire gli strappi interni alla società americana e  ridare vigore alla propria classe media, soprattutto in termini economici, secondo Biden, è il passo iniziale e strategico per colmare i vuoti creati e dilatati dall’amministrazione Trump.  Perché se anche prima di Trump vi erano crepe nella società americana, emergeva comunque sempre un’identità chiara ed unita che è finita invece per sgretolarsi a colpi di tweet  e atteggiamenti da reality show, come si conviene a un leader più da affari che in politica.

Nessuno mette in discussione gli ottimi risultati raggiunti a livello economico interno dall’amministrazione Trump: ma una great America again è molto, ma molto di più di indici di crescita  positivi e finanza predatrice. E sarebbe bastato a Trump conoscere meglio chi ha inventato quel motto,  i toni  del dialogo usati e i mezzi  per realizzarlo: quel Ronald Reagan che lo ha preceduto quarant’anni fa alla Casa Bianca e che vinse, a colpi di estenuanti  incontri diplomatici e vera competizione politica leale, la Guerra fredda contro l’Unione Sovietica, aprendo spazi alla leadership mondiale americana impensabili sino ad allora.

Il trumpiano America first,  di fatto, ha portato ad un’ America alone, ossia a degli Stati Uniti indeboliti diplomaticamente,  con scarsa o nulla credibilità e influenza politica internazionale, mettendo a rischio quella economica anche fuori da quei confini. Lo si è visto nel confronto fra Stati Uniti e  Russia, ma  soprattutto con la Cina, anche in territori strategici  come l’ Asia Centrale e l’Africa. Un  azzardo su ampi fronti, che ha portato Biden a  ribadire ciò che ha sempre affermato con fermezza, ossia che ‘la sicurezza economica è sicurezza nazionale’. E come dargli torto. Ciò che teme di più la classe media statunitense che lo ha votato non è una possibile crisi economica da lockdown quanto perdere terreno in una  competizione già ora affannata con il gigante asiatico, soprattutto per garantirsi risorse strategiche sempre più rare e fondamentali per la sopravvivenza di settori hi-tech e dell’IT.  Da qui la deterrenza non militare ma per il contenimento della Cina nel suo allargarsi ad altre realtà, per  riprendere il controllo dello sviluppo di settori strategici come l’IT appunto  e, non da meno, anche per  la difesa della proprietà intellettuale occidentale, minacciata da quella offensiva cinese che si teme spietata e prevaricatrice.

Una deterrenza che Biden vuole attivare anche per una Russia contro cui propone l’aumento delle sanzioni e un potenziamento della Nato. Quella stessa Russia che,  quando  era vicepresidente di Obama,  già ne denunciava l’assalto alle fondamenta  della democrazia attraverso  la  violazione e manipolazione delle informazioni. Proprio quella democrazia liberale, tutta americana e occidentale, che Trump esaltava nei suoi tweet ma che in fondo in fondo considerava – parole sue – ‘un esperimento fallito’. Di certo, e non per colpa di Trump, nell’ultimo decennio il processo democratico in molte regioni del mondo,  anche quelle a noi vicine e travolte dalle primavere arabe come il Vicino Oriente e il Nord Africa, non si è completato ma ha vissuto convulsioni interne rovinose che hanno portato solo caos, guerre, terrorismo e addirittura totalitarismi, radicali e peggiori dei malvagi che hanno rimosso.

Biden si propone così di rilanciare un fronte democratico internazionale, con l’aiuto dei vecchi alleati europei, che sembrano ora muoversi in ordine sparso, e riacquistare la loro fiducia e una più attiva collaborazione con Washington. E’ voler recuperare il multilateralismo nei rapporti fra Stati e fra questi e gli  organismi sovranazionali, con un ruolo dominante degli Stati Uniti come arbitro  nelle relazioni mondiali. Riproporre quindi  un’America con  quel posto  at the head of the table dei negoziati  delle guerre in corso (dal ritiro dall’Afghanistan, alla  soluzione dei conflitti in Libia e Yemen), salvaguardando però accordi già fatti (come quelli di Abramo, fra Israele, EAU, Bahrein e Sudan; non rigettando Gerusalemme capitale e confermando il riconoscimento di un Golan israeliano), recuperando quelli interrotti o stracciati (fra i tanti, quello nucleare con Iran, come pure il ritiro statunitense da quelli INF), ma soprattutto rilanciando la salvaguardia dei diritti umani, come condizione fondamentale per la reciprocità nelle relazioni diplomatiche, anche e soprattutto al fine di arginare nuovi e vecchi autoritarismi.

E qui l’America si gioca la carta più delicata della sua politica estera  del dopo Trump. Perché quando si parla di  diritti umani la cerchia dei trasgressori si amplia a dismisura, oltre ai tradizionali russi e cinesi, e con soggetti – fra i tanti, troppi -  del calibro di Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Iran: certamente non potenze mondiali, ma tutte in grado di giocare da attori regionali non trascurabili in scenari dal Vicino Oriente all’Africa. Porre condizioni di rispetto dei diritti umani in nome di una reciprocità nei rapporti diplomatici è cosa giusta  se non fossero offuscati, in quella vasta regione, la fiducia e il rispetto per la leadership statunitense. Un’erosione, a dirla tutta, che non è dipesa solo da Trump, ma dalla traballante politica dello stop and go dell’amministrazione Obama, dal lasciar agire, da soli e senza alcuna rete di contenimento, attori del calibro dei Paesi del Vicino Oriente, così come quell’annunciare e poi non eseguire (come, esempio più tragico e conosciuto, con la  linea rossa delle armi chimiche siriane), fra i più gravi errori di quell’amministrazione, che  fece perdere credibilità agli Stati Uniti  nell’intera regione mediorientale. Una credibilità poi ricucita lentamente da Trump ma che, per la brevità dei tempi presidenziali americani e la sua mancata rielezione, non è riuscito a completare.

E  poi vi è l’incognita turca: Ankara è quella che più teme l’imposizione del rispetto della democrazia e dei diritti umani nelle relazioni bilaterali con Washington, anche perché se un tempo la politica estera era per Erdogan una cassa di risonanza dei suoi successi interni, ora gli serve per ricompattare consenso e far dimenticare la grave crisi economica. Non può quindi rischiare sanzioni economiche: per Erdogan significherebbe implodere. Non può quindi permettersi limiti imposti dall’esterno, o meglio, non conformi ai suoi piani. Perchè c’è ancora molto altro nelle ambizioni del sultano turco.

Se la nuova amministrazione statunitense, per mancato rispetto di quei valori, dovesse  cercare di contenere l’attuale rinascente Turchia nel ruolo di player regionale nel Mediterraneo, quali potrebbero essere le reazioni di un Erdogan sempre più proiettato con il suo soft-power alla conquista del mondo mussulmano, soprattutto radicale, dalla Libia alla Siria, e su, lungo i Balcani, sino nel cuore dell’Europa, e che opera anche per la sua stessa sopravvivenza?

Biden è sicuramente un politico di razza e di lunga carriera. Tuttavia, la natura competitiva delle relazioni internazionali è mutata in questi anni perchè si sono moltiplicati gli attori protagonisti, si sono radicalizzate ideologie e le loro prese di posizione locali e regionali con buona dose di alleanze dalla geometria estremamente variabile. Giochi complessi per i quali, se si vuol partecipare e recuperare il terreno perduto in fiducia e credibilità, viene chiesta estrema abilità diplomatica, quel tessere i fili di un arazzo all’apparenza grossolano ma, di fatto, estremamente raffinato.

La competizione fra Stati si è infatti incattivita e, ribadisco, non per colpa esclusiva di Trump: a quest’ultimo solo  la responsabilità di aver sdoganato nella pratica della politica internazionale di un grande Paese democratico occidentale l’istinto naturale dell’uomo per la sopravvivenza, in cui l’unico modo per attaccare l’altro è l’assalto verbale, la negazione del diritto alla libertà di espressione e del  confronto libero, sino al più becero  sessismo. E’ il carattere violento  proprio dell’istintività animale più che della razionalità umana. A Biden spetta questa sfida ciclopica, quella  di riprendere toni più pacati sebbene decisi e intransigenti per rifondare veramente quella great America again che pare essere sfuggita a Trump ma ancor più  e con maggior colpevolezza per via degli abominevoli errori dei suoi predecessori, da George W. Bush a Barack Obama. E’ in gioco la democrazia che noi occidentali, viziati da anni di pace, abbiamo dato per scontato che fosse solida e un punto di riferimento per il mondo intero. Ma ogni democrazia  è vulnerabile e può essere sovvertita e, in un batter di ciglio, trasformarsi nella peggiore autocrazia.

 

 8/11/2020

 in La Porta di Vetro, 9/11/2020

 

Generazioni irrimediabilmente perdute: bambini devastati dalle guerre

Poche cose scatenano più indignazione e al contempo tanta retorica quanto la violenza sui minori, la loro sofferenza, la loro morte. Eppure, una volta espresse, il destino di chi sopravvive a quegli orrori non è più oggetto di interesse, tranne poi  risvegliarsi dal torpore  e mostrare momentanea riprovazione all’ennesimo fatto di sangue.

Se poi quelle giovanissime vittime patiscono di una realtà irrimediabilmente compromessa da anni, o addirittura da decenni di  una guerra che pare infinita, sopraggiungono nell’osservatore, per lo più se lontano,   l’assuefazione a quella violenza e l’adattamento cinico a quanto accaduto. Il tutto viene quindi vissuto come un remoto fatto di cronaca, e l’indifferenza e l’oblio sopraggiungono rapidi.

Eppure, proprio in questi giorni e nelle ultime ore, nel vivo del dibattito sul difficile percorso scolastico dei nostri ragazzi penalizzati nell’istruzione regolare per via della pandemia, incorro in alcune tragiche notizie circa loro coetanei altrove nel  mondo: un attentato con bomba fra gli studenti di una madrasa, o scuola coranica, in Peshawar, con l’uccisione di 7 ragazzi e il ferimento di oltre un centinaio;  la morte, una settimana prima, di adolescenti, sempre in una madrasa, nel nord dell’Afghanistan e, fra le ultime notizie, la strage, a colpi di machete, in una scuola nel Camerun sud-occidentale, di 8 bambini di un’età compresa dai 6 ai 12 anni. Per la prima strage  non vi sarebbero ancora rivendicazioni ufficiali. In Afghanistan, invece, si sarebbe trattato di una ritorsione delle forze regolari contro i talebani dopo l’uccisione, in un attentato, di 40 commilitoni; per l’ultima carneficina, invece, la  chiara  attribuzione al gruppo jihadista Boko Haram, fedele al sedicente Stato Islamico, solo perché quella piccola comunità camerunense è restia a sottostare al suo dominio e alla sharia. Una pretesa violenta e sanguinaria che si insinua e sfrutta la rivalità, riemersa prepotente negli ultimi 3 anni, fra la comunità anglofona, a cui appartengono frange estreme con pretese separatiste, e quella francofona, maggioritaria in Camerun.

In tutti quei luoghi, come in numerosi altri, quella violenza non è l’eccezionalità ma, da tanto tempo, la  consuetudine.

Già nel 1999, un rapporto di Amnesty International, denunciava la sofferenza delle giovani vittime afghane di quella guerra che durava  da quasi due decenni, e di quelle generazioni che definiva ‘irrimediabilmente perdute’.

Non si trattava solo di impossibilità a frequentare scuole e vivere dignitosamente la propria infanzia ed adolescenza. La guerra porta sempre devastazioni e fame, e così vi erano  giovanissime vittime di malnutrizione e malattie: già allora, in due decenni, oltre 4 milioni di ragazzi, di cui circa 270mila sotto i 5 anni, morti di polmoniti e innumerevoli tipi di infezioni, anche per carenze di strutture sanitarie. Si parlava di quanti erano già  morti per via dei bombardamenti indiscriminati sui civili o a causa delle mine antiuomo.  Ma ancor più, il rapporto evidenziava  la tragica sorte di coloro che erano sopravvissuti ma abusati in violenze sessuali e torture, sovente per mano di capi di milizie armate, di cui giovani ragazze, a volte bambine, che sarebbero state così ripudiate dalla propria comunità e  destinate a vita alla prostituzione. Erano i ‘children devasted by war’, quei bambini che, se sopravvissuti al conflitto, sarebbero stati così deturpati nel fisico e nell’animo perchè imbruttiti dalla  violenza, da perpetuarla nelle generazioni future. Ebbene, a oltre vent’anni da quel rapporto, nulla pare cambiato nelle cronache provenienti da quella piccola fetta  di mondo. Al contrario.

Quel modello si è andato ampliando a tutti gli scenari di guerre e i loro differenti livelli di conflittualità. Sono le cronache, di cui abbiamo letto e sentito ampiamente in questi ultimi anni, e provenienti dall’ Iraq, Siria, Kurdistan e ancora più recentemente dallo Yemen così come, appunto, da quelle regioni devastate dalla presenza di gruppi jihadisti, sui quali spicca per crudeltà Boko Haram. La sua violenza ai danni di  villaggi del Nord-Est della Nigeria,  del Lago Chad  e dei Paesi confinanti è sanguinaria cronaca quotidiana, continua e implacabile: le vittime preferite sono proprio i giovani, tanto che si stima vi siano 1,4 milioni di bambini/adolescenti profughi da quelle regioni.

Attacchi indiscriminati, estremismo ideologico (da cui l’indottrinamento forzato al radicalismo islamico) e devastazione di villaggi, scuole e ospedali, sono gli strumenti preferiti ormai da oltre un decennio da Boko Haram, il cui nome significa  ‘l’istruzione occidentale è proibita’. Ecco del perché di quelle giovani vittime.  Boko Haram, già artefice  nel 2014 del  rapimento di  275 ragazze per convertirle all’Islam radicale,  è responsabile della maggior parte delle circa 1500 vittime di terrorismo certificate dalle agenzie delle Nazioni Unite negli ultimi anni nella regione in cui il gruppo opera. Fra i suoi metodi domina l’attacco suicida. Di 700  azioni  kamikaze attribuite a Boko Haram, 130 sono  state compiute da adolescenti e da giovanissimi, addirittura ‘underage bombers’, ossia sotto i 7 anni di età.

Il reclutamento, se così si può chiamare, avviene per rapimento delle giovani vittime, con anche le loro madri, la cui sorte è già segnata come schiave del sesso e prostituzione.

Sovente all’indottrinamento, all’adesione forzata all’Islam radicale, alla sharia e ancor più  all’uso delle armi, ai giovani maschi  viene imposta una ‘perversa azione educatrice’ alla violenza sessuale: si insegna come rapire e violentare giovani donne, a volte con il capo banda che impartisce lezioni ed agisce direttamente sulle vittime, in una macabra dimostrazione di come i giovani miliziani si dovranno comportare. La violenza sessuale diventa così il mezzo per incutere terrore ma anche per incentivare i giovanissimi a militare nelle proprie fila. Perché Boko Haram promette così protezione, cibo sicurezza e piacere, in cambio di militanza o anche solo servizi di manovalanza. E purtroppo, sovente, per quei giovani non esiste altro, come  lecita e pacifica alternativa, di questa istruzione, inculcata fra odio e violenza.

E qui sta il nocciolo della questione.

In numerose e popolose regioni del mondo, per giovani, bambini e adolescenti,  si sta imponendo un’educazione a codice binario, attraverso l’indottrinamento forzato e la violenza, il più delle volte subita.  Tutta la realtà è così ridotta, per loro, al contrasto  fra un bene e un male esclusivi.  Non esiste più un ragionamento critico, perché non vi sono alternative a quanto gli è stato insegnato, promesso e soprattutto garantito, come il cibo, la sopravvivenza, il futuro. E per i più piccoli, nemmeno quest’ultimo, perchè sono merce esplosiva da utilizzare per terrorizzare. E’ un destino, se possibile, ancora peggiore di quello riservato da tempo ai bambini soldato di tante regioni africane, dove si viene reclutati o scartati non in base ad un’età anagrafica ma alla capacità o meno di sopportare, in azione, il peso di un’arma e il suo urto di rimando o contraccolpo. Ora è diverso. Nella popolosa, vasta, ricca ma depredata Africa, così come nelle regioni a valenza strategica altissima, come il Centro Asia o parte del Medio Oriente, si educa intere generazioni alla violenza, ad una perversa sacralizzazione di valori religiosi tradizionali, da cui la radicalizzazione e la volontà di morire per essi tramite il martirio. Se ciò non garba, il gruppo agisce. Ecco le stragi, le violenze su donne e bambini destinati a perire o a soffrire per anni di traumi di cui leggiamo scarni resoconti, ma essendo distratti  e preoccupati dalla nostra pur tormentata quotidianità, li ignoriamo o presto li dimentichiamo, senza peraltro renderci conto che nulla di ciò che avviene lontano da noi, in una madrasa afghana o pakistana, o ancora  in un villaggio camerunense, può considerarsi privo di conseguenze nel nostro piccolo mondo. 

 

28/10/2020

L'odio in nome di Dio. Radicalismo e Secolarismo nella politica mondiale

In una ricerca  di  Ronald F. Inglehart  apparsa sull’ultimo numero di Foreign Affairs, l’autorevole politologo statunitense riprende un tema a lui caro, ossia il confronto fra religione e secolarismo, e afferma che la pratica religiosa e la frequentazione di centri di culto di qualsivoglia credo è drasticamente diminuita  in tutto il mondo, soprattutto in Paesi a crescita economica importante e ad alto Pil. Nemmeno il timore dell’attuale pandemia avrebbe riavvicinato gli esseri umani alla fede. Le cause sarebbero per lo più in un’aumentata influenza della scienza e della tecnologia nelle comunità più avanzate, da cui una maggior razionalità e senso critico verso il soprannaturale che hanno finito per allontanare la massa dalla fede e soprattutto dalla pratica religiosa. Un ruolo determinante lo avrebbe avuto anche  lo sdoganamento di  tabù, soprattutto nel mondo occidentale, sulla vita sessuale e sull’eterogeneità di genere, da secoli cavalli di battaglia delle tradizionali  religioni di ogni dove. Unica eccezione a questo declino, secondo Inglehart, è data dal mondo musulmano che mostra maggior attivismo nella pratica religiosa, da cui più vigore e unità di un tempo. 

Ma è veramente così? Di fatto, stando all’analisi della politica internazionale, alle azioni e dichiarazioni di suoi numerosi protagonisti di peso strategico importante, da Trump, Putin, Erdogan, Modi sino ad Xi Jinping, passando da soggetti di calibro minore, quali il polacco Kaczynski, l’ungherese Orban sino all’israeliano Netanyahu,  Inglehart viene in qualche modo smentito.

Negli ultimi due decenni, infatti, è avvenuto un disaccoppiamento generale  delle principali religioni, che da moderate hanno assunto sempre più toni estremi, con addirittura una polarizzazione al loro interno, da cui il fenomeno della radicalizzazione. E il riavvicinamento della massa alla religione pare seguire questi binari, decisamente di segno opposto rispetto a quelli tradizionali evidenziati da Inglehart. Non si tratta inoltre solo di quella musulmana, ma appunto anche cristiana ed ebraica, con una  forte influenza sui decisori politici che, a loro volta, scoprendo la portata elettorale e consensuale di questa  massa religiosa, ne stanno ampiamente sfruttando le potenzialità.

A discolpa di Inglehart, possiamo affermare che l’odierno fenomeno del forte richiamo a valori religiosi da parte del potere secolare non  è sempre  facilmente visibile. Al contrario, è subdolo,  anche se sovente traspare nelle  dichiarazioni pubbliche e dai gesti di alcuni di alcuni di quei soggetti: Trump, la Bibbia e i continui riferimenti pubblici a valori religiosi; Erdogan, ripreso  in preghiere collettive, Santa Sofia e altri luoghi di culto cristiano ortodosso  riconvertiti in moschee; i richiami di Putin per un ritorno all’unità della chiesa ortodossa messa a rischio dagli scismatici ucraini, o per la loro difesa in Armenia contro il musulmano Azerbaijan, da cui la questione del Nagorno-Karabak, solo per citare i più evidenti e recenti. Per tutti gli altri rimane un qualcosa di intangibile ma potente, in grado di influenzare pesantemente le loro scelte politiche per lo più di sicurezza interna (Modi, Kaczynski, Orban) o perché  strumento di sfogo popolare e addirittura guida per l’élite (confucianesimo per Xi Jinping).  Non si tratta più, quindi, di religioni nella loro pratica tradizionale, pacifica e non divisiva, insomma quella equilibrata e disciplinata  per l’ avvicinamento dell’umano al soprannaturale.  I toni ora sono decisamente più accesi, estremi e radicali, con la religione in grado di influenzare pesantemente la politica interna ma anche internazionale.

Non è un mistero il peso degli evangelici cristiani nella elezione di Trump nel 2016, e già si stanno facendo supposizioni e scommesse su quanto peseranno costoro nelle elezioni presidenziali della prossima settimana. L’espressione estrema, più fondamentalista (identitaria bianca, xenofoba e anti-abortista) di questi evangelici, e che ha ripreso vigore nell’ultimo ventennio, non a  caso dopo l’11 settembre,  è arrivata al punto da influenzare scelte geopolitiche di grande peso strategico, come i rapporti fra Stati Uniti ed Israele. Non vi sarebbe la tradizionale (e laica) comunità ebraica statunitense a spingere per lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, così come a premere per gli accordi di Abramo fra Israele, Emirati, Bahrein e Sudan. Vi sarebbero, appunto, gli evangelici,  in particolare  quelli riferenti a ciò che è stato definito ‘sionismo cristiano’, in evidente contraddizione al sionismo laico proveniente dall’esperienza collettivista degli insediamenti ebraici antecedenti l’istituzione dello Stato di Israele.

E i numeri di questi evangelici  americani sono importanti: oltre 100 milioni (l’81% votò appunto Trump nel 2016), a cui si stanno affiancando anche frange di cattolici più conservatori, poco convinti delle scelte in politica estera di Papa Francesco, da cui i continui attriti, anche  recenti  fra Washington e Santa Sede (per la Cina, ultimo esempio). E la loro presenza per l’ evangelizzazione, attraverso numerose Ong, con il loro intransigente fondamentalismo cristiano dalle visioni apocalittiche, è capillare in varie e vaste parti del mondo, in tutti i continenti.

Ma movimenti ecclesiali radicali, anche se di credo differente,  con i  relativi appoggi popolari  riguardano anche Putin  ed Erdogan, con livelli di radicalizzazione differenti, ma sempre importanti. Perché, di fondo, quel tipo di approccio fa sì che la teologia diventi ideologia e nel contempo emblema identitario, e la massa ritrovi così  risposte concrete ed unitarie di fronte all’incertezza, alle avversità da pandemia, all’inevitabile sconvolgimento economico, presente e futuro, e così via. Ecco perché poi, anche se si tratta di regimi dittatoriali, trovano sostegno autentico dalle masse per il loro potere, oltre che  una garanzia di continuità.

Nell’analizzare poi fatti di terrorismo ed eversione,  sempre più frequentemente  mi imbatto nel  ricorso a riferimenti di credo religioso di quei criminali, e non solo jihadisti. Non è un mistero che  l’eversione etno-nazionalista nel mondo Occidentale - per semplificare, quella vicina all’estrema destra violenta e al neo-nazismo - faccia sovente riferimento a termini come ‘santi e discepoli’ per  esaltare gli autori di stragi. Anche per loro, come per il jihadista kamikaze, esiste un  martirio (non è la morte, ma essere giudicati colpevoli e scontare una lunga detenzione) che perpetua l’ ideologia ed è fonte di unità e di ispirazione per altre azioni armate  (Breivik docet). La radicalizzazione, che sia jihadista o  di segno ideologico o religioso  opposto,   è semplicemente considerare sacri e non negoziabili i propri valori. Se messi in pericolo, si è disposti ad uccidere per difenderli: la fede e l’Islam, per il musulmano, da cui il jihad; l’identità etnica, razziale, o cristiana per un etno-nazionalista radicalizzato, da cui l’uccisione di  immigrati, neri, ebrei o musulmani, o esponenti politici liberali.

La radicalizzazione, di qualsiasi credo religioso e colore politico, non è nient’altro che la sacralizzazione di quei valori e la chiamata alla loro  difesa armata. Essa si inserisce sempre in epoche della storia in cui l’altro da sé è considerato un’anomalia  e si impone perché coesistono altresì incertezza, diseguaglianza, insicurezza e paura per il proprio incerto futuro. Da questi sentimenti scaturiscono livore, odio e violenza verso ciò che non appartiene al proprio mondo.

E’ il risultato o, per alcuni, la sindrome da social network, laddove quelle piattaforme, al pari dell’intimo di una fede religiosa, si trasformano in recinti blindati, in questo caso al confronto pacifico, perchè di fatto non c’è spazio per il dubbio che, imponendo una continua introspezione personale, possiede un suo valore salvifico.  Esistono, quindi, per i radicalizzati solo certezze assolute, insindacabili. Si tratta di quelle post-verità individuali, ferme ed irrinunciabili, che vanno sovente oltre le parole scritte su un post o un tweet, e che giungono ad incitare  alla violenza o a  riunire milizie armate, come sta accadendo con i poll challengers del Michigan, pronti a rispondere alla chiamata in difesa di Trump  se non dovesse vincere per un margine risicato nel confronto con Biden il prossimo 3 novembre.

Radicalismo  ideologico, religioso e secolarismo, qui, per Trump come, per altri versi, per Erdogan e tanti altri, vanno dunque a braccetto. Sono le nuove religioni, in grado di attirare le masse, abbagliarle alterando la percezione della loro  quotidianità con la promessa, come sempre  accade con ogni  fede religiosa, di una salvezza futura per tutti i credenti. O, in questi casi, per tutti i loro elettori.

 

31/10/2020

in La Porta di Vetro, 1/11/2020