A proposito di Trump e di una Gerusalemme ebraica

Nella questione di Gerusalemme, come in tutta  quella fra israeliani e palestinesi, le parole e i simboli pesano come pietre, e non solo in senso figurato. Ecco perché per capire, commentare e ipotizzare eventuali scenari dopo la storica decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico è necessario destrutturare il discorso, soppesarne le parole  e analizzare quanto sta succedendo attorno ad Israele.

Riconoscendo Gerusalemme capitale di Israele, di fatto, Trump ha sotterrato il concetto di “internazionalizzazione” della città, tra l’altro fortemente proposta dalla Santa Sede in due encicliche nel 1948 e 1949 e come inizialmente prevista dalla UN R181 del 1947, che inglobava nella nuova Gerusalemme internazionalizzata anche  Betlemme. 

La nascita dello stato di Israele nel 1948 e la divisione della città fra israeliani e giordani fece, però, dell’internazionalizzazione di Gerusalemme già una lettera pressoché moribonda,  per cui rilanciata in continuazione  negli innumerevoli incontri sul  processo di pace fra israeliani, arabi e palestinesi. Infatti, sino al discorso, recognition speech, di Trump, tutte le amministrazioni  statunitensi non avevano mai rinunciato allo status internazionale di Gerusalemme: da Bill Clinton a George W. Bush l’attività diplomatica (anche europea) di mediazione fra le parti aveva sempre puntato sulla divisione-internazionalizzazione di Gerusalemme, a volte definita (amministrazione Carter) come “territorio palestinese occupato”. Una definizione che, con il riconoscimento di Trump, viene quindi a cadere. E i termini “territorio” e “occupato”, è bene ricordarlo, pesano grandemente nella dialettica conflittuale fra israeliani e palestinesi.

Il quadro che emerge dal discorso di Trump, fin qui abbastanza chiaro, si fa  però più contorto anche a parole, in quanto non fa cenno specifico alla parte Est, autoproclamata capitale dai palestinesi ma controllata militarmente, con altri territori limitrofi, da Israele dopo la guerra del 1967, e a quella Ovest (israeliana) divisa da allora dalla c.d Green line, punto di partenza (e fallimento) delle negoziazioni di pace fra i due popoli. Un’indivisibile Gerusalemme, secondo alcuni commentatori israeliani, significa il riconoscimento statunitense di dati incontrovertibili, come la massiccia presenza ebraica (il 40% presente nell’intera città) anche nei quartieri nord, sud ed est della Green Line. Una presenza molto integrata e difficile da far spostare.

Tuttavia, sebbene Trump si riferisca a Gerusalemme come ad una unica entità, affermando “ We are not taking a position on any final status issues, including the specific boundaries of the Israeli sovereignty in Jerusalem or the resolution of contested borders. Those questions are up to the parties involved”, secondo alcuni osservatori israeliani, gli Stati Uniti non riconoscerebbero gli attuali confini come “sacrosanti”, rimettendo il tutto al confronto fra le parti. Trump non promette, quindi, che Gerusalemme possa rimanere negli attuali confini quando verrà raggiunta la pace fra i due contendenti. Ciò lascia qualche speranza ai palestinesi - a fronte di un po’ di amarezza per Netanyahu -  anche se non si tratta di quei piani grandiosi inseguiti da costoro fino ad ora per la loro Città Santa. Ma è soprattutto la data, di là a venire, circa il trasferimento dell’ambasciata che, pare, non sia nell’immediato ma  fra “tre o quattro anni”, che sembra far trasparire un Trump non così monolitico nella sua posizione e la decisione, seppur rivoluzionaria, più una mossa - secondo alcuni commentatori - per distrarre l’opinione pubblica interna su Russiagate e ruolo del potente genero Jared Kushner.

Per timore di dare una connotazione religiosa ed infiammare ulteriormente gli animi, non è, comunque bastato a Trump non  fare alcun accenno né al Monte del Tempio né alla Moschea al Aqsa: alFatah  ed Hamas hanno minacciato, rispettivamente, “tre giorni di rabbia” e la ripresa dell’intifada, e dichiarazioni di al-Qaeda e Isis apparse sul web parlano di “sangue e lotta per la riconquista di Gerusalemme”. Un altro  risultato di Trump sarebbe stato, quindi, saldare gli estremismi, laico palestinese e jihadista globale.

Ad un osservatore mediorientale attento, quindi, al di là delle comprensibili soddisfazioni di Benjamin Netanyahu - alle prese con gravi accuse di corruzione e tentativi di ingerenza su  magistrati e giudici - e della maggioranza degli israeliani,  la dichiarazione di Trump è parsa, però, un gettare il sasso e nascondere la mano: ha certamente soddisfatto il proprio elettorato, coerentemente con quanto promesso a suo tempo,  e ha rilanciato gli Stati Uniti  nell’area mediorientale, con il suo approccio decisamente rivoluzionario nelle relazioni internazionali fra il Paese che rappresenta e quella regione in cui, dopo la fallimentare gestione di Barak Obama e la decomposizione di Siria e Iraq fra rivolte, guerre e terrorismo, era svanita totalmente la fiducia verso gli Stati Uniti, lasciando spazio a potenze come la Russia e l’Iran. 

Trump, con il suo coup de theatre, ha quindi voluto far riemergere la leadership degli Stati Uniti, dimostrando di non temere critiche ed opposizioni, sapendo che America first passa anche e soprattutto  attraverso i vicoli e i quartieri di Gerusalemme. Ma non solo. E’ necessario un ulteriore sforzo di analisi. Si deve andare oltre quanto ormai scritto ampiamente al riguardo e allargarsi ad altre situazioni, soggetti e realtà regionali. 

Si è parlato di un piano, nemmeno tanto segreto,  dell’accoppiata  Jared Kushner e il giovane sovrano saudita Mohammad bin Salman  dietro la decisione di Trump su Gerusalemme. Non è casuale il silenzio del giovane rampollo saudita dopo la dichiarazione di Trump, così come invece si deve a lui la proposta di dare ai palestinesi il quartiere di Abu Dis come nuova capitale a sostituzione di Gerusalemme Est. Ma, appunto, andiamo oltre la Città Santa, e forse si potranno comprendere meglio le mosse di Trump.

Ebbene, questo piano  dei giovani rampolli, Kushner-bin Salman, ha un unico, ambiziosissimo obiettivo che trova sponda nel governo Netanyahu, ossia finire, una volta  per tutte, il lavoro rimasto in sospeso con la guerra dei sei giorni, del 1967. Esattamente 50anni dopo quel conflitto, iniziato - è sempre bene ricordarlo - per mano araba ma vinto da Israele, da cui l’occupazione di Gerusalemme e del Golan da parte ebraica, e la creazione dei c.d. Territori per i palestinesi,  ecco la storica decisione degli Usa e alcune azioni militari da parte ebraica in Siria. In gioco è il destino  delle alture del Golan, un punto dolente per Israele:  proprio dal 1967 sono, infatti, oggetto d’attrito con la Siria degli Assad. La dichiarazione di Trump ha seguito, infatti, di pochi giorni,  un paio di operazioni, sebbene non confermate ufficialmente, dell’aviazione israeliana sul territorio siriano: un’entrata, quella ebraica, a capofitto nel conflitto in Siria, in vista del contenimento dell’influenza iraniana ma anche per sedersi al tavolo delle trattative sulla sua spartizione territoriale, per porre la parola fine una volta per tutte alla questione Golan.

Se i vantaggi per la combriccola Kushner-Trump-Netanyahu e parte di leadership israeliana sono quindi evidenti, ci si chiede che vantaggi può ottenere il giovane rampollo saudita. Ha tutti contro, anche all’interno del suo regno, così come dalla Lega araba, ai palestinesi, Hamas etc etc. Non vi può essere quindi un’ambizione personale di leadership né del mondo arabo, che si vede tradito per l’alleanza con il nemico storico, e men che mai musulmano, vista anche la disapprovazione della Turchia, per non parlare dell’Iran, su una Gerusalemme ebraica. Tuttavia, ha da guadagnarci, e anche lui come Israele, su un altro fronte, il Libano, con la sua delicatissima costituzione interconfessionale ma soprattutto la pesante presenza politica, economica, sociale e soprattutto militare di Hezbollah filoiraniani, da cui la sua fragilità ed esposizione a pesanti conflitti interni dalle ripercussioni però sempre internazionali.

La stessa operazione di Riyad sul premier libanese Hariri delle settimane scorse era un chiaro segnale a una parte del Libano, quello sciita e filoiraniano, della capacità saudita di intervenire in faccende interne di un altro paese della regione e destabilizzarlo. Un Libano sotto il proprio controllo, magari appunto con l’aiuto militare ebraico - ecco spiegate le grandi esercitazioni israeliane di fine estate  e  una, ancora più ingente, di qualche giorno fa a ridosso della dichiarazione di Trump  su Gerusalemme - ,  significherebbe per Ryad strapparlo alle forze herzbollah filoiraniane, interrompere quindi la c.d. mezzaluna sciita da Teheran-Beirut e arrivare a uno sbocco al mar Mediterraneo, sempre ambito. Poco importa se per ottenere l’approvazione del piano di spostamento della  capitale palestinese e quant’altro, l’Arabia Saudita del giovane bin Salman sembra abbia promesso ingenti somme di denaro all’ autorità palestinese, sempre a corto di fondi e devastata da corruzione interna. Se può sembrare fantapolitica, è bene ricordarsi che lo si diceva già ad avvio della guerra in Siria sul suo smembramento in aree/regioni confessionali. Non passa giorno ormai che non se ne parli. I tempi mediorientali sono  solo lunghi, e proprio per questo è necessario sempre ed inevitabilmente tentare di ragionare nel lungo, lunghissimo periodo. Ciò che sta accadendo ora in MO, infatti, è solo il risultato di una visione a brevissimo termine, i cui responsabili vanno individuati anche nella passata amministrazione statunitense, con l’abbandono dell’area alla Russia e il potenziamento dell’Iran con l’accordo sul nucleare  e nella guerra all’Isis in Iraq e Siria. E Israele non può permettersi il rafforzamento di Teheran nella regione. Lo si sapeva e non si è fatto abbastanza per garantire Israele. Per questo ora la nazione ebraica ha trovato appoggio in Trump e non disdegna di allacciare rapporti con l’altro storico nemico, l’Arabia Saudita, del giovane  erede bin Salman. 

La dichiarazione statunitense su Gerusalemme avrà effetti pesanti, sconvolgenti i rapporti internazionali, e non solo mediorientali. Fa parte di questa guerra mondiale a pezzi che ipocritamente non si vuol riconoscere. Le responsabilità sono di molti. Trump ne è solo parte ora protagonista, ma non  è il principale. Se non prendiamo coscienza di quanto il resto del mondo non abbia saputo gestire adeguatamente quella regione negli ultimi anni, inutile stracciarsi le vesti di fronte alla decisione statunitense, per quanto sconvolgente e non priva di sanguinose conseguenze. In questa guerra ibrida o mondiale a pezzi siamo tutti protagonisti e responsabili, anche e soprattutto se inermi diplomaticamente, attivi militarmente ed economicamente  solo là dove ci interessa, ma ipocritamente violenti a parole nello sdegnarsi.

7/12/2017

Emiri e Regno Unito, fra cadetti, armamenti e contractors

La Royal Military Academy Sandhurst (RMAS) è una storica istituzione  del Regno Unito che da decenni annovera i rampolli delle case regnanti del Vicino Oriente, da quella giordana all’intera galassia della Penisola Arabica, nessuno escluso.Cosa e quanto nei 4 anni di addestramento presso questa prestigiosa accademia militare, gli emiri cadetti apprendono della cultura britannica e  dei suoi metodi di gestione della cosa pubblica anche, se il caso, attraverso l’uso della forza? Oppure si tratta di comprendere un discorso inverso, ossia quanto di ciò che viene insegnato a Sandhurst sta invece servendo a Londra per un ritorno in grande di Sua Maestà Britannica nei territori di questi Trucial States o pirate coast, ora potenti ed influenti emirati? >

Foto: BBC-Radio 4

23/10/2017

 

Economic Warfare against Iran. Le sanzioni e la guerra economica all'Iran.

Articolo pubblicato su V. Ilari, G. Della Torre (a cura di), Economic Warfare, Storia dell'arma economica, Quaderno SISM 2017.

I veterani, l'altro costo umano delle guerre US. I bad papers

L’uscita del film-documentario “VA: the human cost of war” il 6 novembre 2017 è  un evento atteso dalla vasta comunità di veterani  e reduci delle guerre degli Stati Uniti: è testimonianza del sofferto rientro nella vita civile di coloro che hanno combattuto nelle guerre di Afghanistan e Iraq, dal 2001 ad oggi, e di come la Veteran Administration sia o meno in grado di gestire l'elevato costo della riabilitazione fisica e mentale di quei combattenti. E' quindi un'occasione per illustrare, anche attraverso l' analisi di dati ufficiali, e seppur brevemente, un tema poco o nulla conosciuto e sondato dai mass media europei.>

 

Foto: Military.com

3/11/2017

Africa e Jihad

"Il radicalismo islamico con il proselitismo (da’wa) anche armato (jihad) in nome e contro i nemici dell’ Islam è presente da alcuni  decenni nell’intera Africa Nera sub-sahariana come diretta derivazione dei conflitti degli anni ’90 in Algeria, Sudan e Somalia, con formazioni  composte per lo più da mujaheddin c.d. afgani di ritorno dal conflitto centroasiatico (primo rilevante esempio di foreign fighters) e diventate presto longa manus di al-Qaeda in quel continente, così come delle più recenti guerre in Libia, Siria e Iraq, con buona influenza del sedicente Stato Islamico (IS). Per i jihadisti magrebini l’Africa della savana e dei grandi fiumi è diventata presto una sorta di santuario, tanto che quel fronte finale del Sahara o confine,  in arabo al-Sāhil  da cui Sahel, la sua regione più difficile e fragile ma estremamente ricca di risorse, è ora terra infetta da black jihad. Il fattore religioso, cui fanno riferimento, fra gli altri, Al-Shabaab e Boko Haram, è tuttavia solo strumentale alla destabilizzazione africana per meri interessi di carattere geoeconomico, in un confronto che vede la partecipazione, a differenti livelli, anche di potenze extra-continentali. Il faticoso e lungo processo di messa in sicurezza di quella regione rischia di passare attraverso conflitti intrastatali, in cui il fenomeno terroristico è destinato a prosperare e far proseliti."

 

Estratto dal mio contributo "Se il radicalismo islamico cavalca l'Africa Nera",  GNOSIS, Rivista Italiana di Intelligence 1/2017 >