Artico: è scontro tra Nato-Russia, 29/1/2023

Il blocco della Turchia all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato pesa come un macigno fra gli alleati; anzi, pesa come un enorme iceberg a rischio impatto contro quell’ organismo militare, il cui allargamento viene fortemente auspicato per via della guerra in Ucraina, oramai baluardo disperato, come fosse l’ultimo a quanto pare, per la difesa della libertà e della democrazia nel mondo, combattuta ad oltranza contro l’autoritarismo e la prepotenza militare di Putin. Erdogan potrebbe anche cambiare atteggiamento verso la Svezia e la Finlandia sembra voler attendere il risultato delle prossime elezioni del 2 aprile. I tempi sembrano quindi allungarsi, come in una sorta di gran favore di Erdogan verso Putin. Ma nel loro protrarsi trascinano altre questioni strategiche, politiche, economiche e commerciali globali, in cui l’aspetto militare, da tempo, fa da pericoloso contorno. In ogni caso, la questione della Svezia e della Finlandia nella Nato è vecchia, decisamente datata e solo ora, ad urgenza bellica ucraina conclamata, sta delineando chiaramente come tutte le potenziali implicazioni di questo allargamento all’estremo nord dell’Europa e la rinuncia di costoro alla loro tradizionale neutralità – principio inattaccabile, quasi un dogma - possano però diventare emergenze di sicurezza internazionale. 

E il macigno-iceberg che rischia di schiantarsi sulla Nato è l’esempio che, nel caso, calza a pennello. Perché se Putin teme una minaccia al suo territorio non è solo, od esclusivamente, dal cuore europeo ucraino ma soprattutto dalle acque ghiacciate dell’Artico, quel forziere di petrolio e gas (valore stimato, 18 trilioni di dollari, e Mosca detiene il controllo di 43 dei 60 pozzi ora attivi), e di altre ricchezze strategiche (un valore di 30 trilioni di dollari fra pescato e minerali) che considera di  sua pertinenza e  in grado di agevolargli la vita per i prossimi anni di sanzioni e blocchi economici occidentali. Un forziere a cui Mosca ambisce, possedendo ora mezzi ed ingegneria per accedervi – ed ironia della sorte grazie all’autarchia tecnologica imposta alla Russia proprio dalle sanzioni occidentali del dopo Crimea del 2014 - ma che è appetibile anche ad altri competitors economici e soprattutto militari. 

Lo schema di Putin sull’Artico è  chiaro a chi da tempo nella Nato fronteggia in quelle acque un numero elevato di incidenti per mano di Mosca, come il sorvolo, con trasponder spento, di suoi caccia e bombardieri sullo spazio aereo sopra il Mar Baltico, oppure per la presenza di suoi sottomarini in prossimità delle acque di Svezia e Norvegia, rilevati magari perché impigliati in reti da pesca di grandi imbarcazioni che solcano quei mari. E una data di inizio di questa escalation di incidenti è appunto la crisi ucraina, non quella del 2022, ma già quella iniziata nel marzo del 2014, con l’annessione della Crimea.  Da allora, e in un solo anno, vennero registrate, là, fra i ghiacci artici, oltre 100 violazioni russe dello spazio aereo e marittimo internazionale, mentre Svezia e Finlandia lanciavano allarmi di aiuto alla Nato: la prima attraverso la sua intelligence che, dati alla mano, accusava Mosca di aver tentato di sottrarre materiale militare e di reclutare agenti sul suo territorio; la Finlandia, invece, per le accuse dell’intelligence russa circa infiltrati nazionalisti finlandesi nella sua regione di confine, la Repubblica di Carelia, al fine di alimentare revanscismo e sentimenti antirussi. Insomma, il timore per Helsinki di doversi difendere anche militarmente per accuse (vere o presunte) di una Russia decisa a tutelare i propri interessi nazionali. 

E ciò vale in particolare ora, da quando la guerra in Ucraina ha definitivamente infranto l’illusione dell’eccezionalismo dell’ Artico, ossia l’essere immune da un conflitto aperto per il suo controllo[1]: e non si tratta solo per la quantità di testate nucleari poste da Mosca a difesa dei suoi 22mila km di coste polari, ma dal fatto che il Consiglio artico, nato nel 1996, e che comprendeva Russia, Usa, Canada, Norvegia, Islanda, Danimarca, Svezia e Finlandia, collaborava collettivamente per mantenere la stabilità e nonostante gli  incidenti dei sorvoli russi o, ancora prima, in piena Guerra fredda, il rincorrersi sotto quelle gelide acque dei sottomarini di parte di quelle nazioni. La guerra in Ucraina ha però allontanato la Russia da quel “patto del ghiaccio” e soprattutto dai buoni propositi di tutti i suoi appartenenti, nessuno escluso, in una sorta di un via libero collettivo alla conquista delle acque, dei fondali, delle ricchezze e di tutti i tragitti commerciali che corrono poco più a nord delle norvegesi Lofoten e dalla danese Groenlandia sino appunto al mare di Bering. Date queste premesse, il rischio per Putin è quindi che, con l’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato, la dottrina militare dell’Alleanza venga pericolosamente accelerata verso una trazione esclusivamente atlantico-nordica, con attenzione strategica primaria proprio sull’Artico.

Quella distesa di ghiaccio che sta scomparendo lassù - e alcune previsioni su dati scientifici parlano di totale scomparsa del ghiaccio estivo già nel 2035 -  e per questo emblema della lotta al riscaldamento globale, da tempo non è più quindi solo una questione ambientale, ma ha assunto una rilevanza strategica anche per le sue ricchezze e il commercio mondiale. É soprattutto agevolare l’accesso a quel passaggio a Nord-Est (o Northern Sea Route, NSR) lungo 6000 miglia, dal Mare di Barents a quello estremo orientale di Bering, già ossessione russa di potenza, dallo zar Pietro il Grande in poi.  Una via marittima in cui, nel 2021, transitavano poco più di 40 milioni di tonnellate di merci, destinate a diventare 90 nel 2024. Una scorciatoia polare, alternativa ai continui blocchi da incagliamento a Suez o agli ingorghi dello stretto di Malacca, e dove già puntano investitori anche della regione arabica, come la DP World, gigante della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti, che per l’Artico ha destinato 2 miliardi di dollari in infrastrutture, in partnership con la Rosatom, l’agenzia atomica russa. La stessa che, dal 2018, supervede allo sviluppo della NSR e soprattutto provvede a rompighiaccio a propulsione nucleare[2], di cui la Russia abbonda (7, stando ai dati ufficiali e circa 30 convenzionali) mentre gli Stati Uniti (Alaska), Canada e Danimarca scarseggiano ampiamente, soprattutto i primi. E se i rompighiaccio hanno un ruolo limitato nella conduzione di una guerra, sono strategici per garantire la sopravvivenza, ma soprattutto mantenere il dominio di quei mari, che sia economico-commerciale e ancor più militare. 

Tuttavia, se le potenzialità di questa rotta e le immense ricchezze di quelle acque sono note, molto meno è la consapevolezza di quanto vincere in Ucraina, impedire una Nato allargata a Svezia e Finlandia e gestire in solitaria l’intero Artico, facciano parte di un unico grande schema di Putin nella sua guerra all’ordine mondiale targato Usa. E nessuno come lui, ad eccezione di Stalin un tempo, crede nel ruolo globale e storico di quel mare ghiacciato, considerato ben oltre un mare nostrum russo. È per Putin il naturale prolungamento di terra ghiacciata della madrepatria Russia e, quindi, della sua sovranità e per questo lo approccia difensivamente, quando invece l’unica grande distesa di terra ghiacciata è agli antipodi, ossia il grande continente dell’Antartide. Nell’Artico, infatti, vi è solo mare e ghiaccio. La differenza sostanziale sta nella natura del diritto da applicare e far rispettare nei contenziosi fra Stati: se per il Polo Sud è quello territoriale, appunto, da cui le battaglie per le rivendicazioni di sovranità statale di numerose nazioni, per il Polo Nord è quello marittimo di gestione delle acque internazionali, che piaccia o meno a Putin. Una questione di non poco conto nelle diatribe internazionali e di fronte a pretese di possesso sovrano. 

Una sfida a cui è difficile sottrarsi, soprattutto per chi, come Putin, fedele all’Euroasismo di Lev Gumilëv[3], la cui realizzazione ambisce fortemente, vede lo spazio come destino in grado di influenzare l’ethnos, quel concetto che va ben oltre quello occidentale di nazione, e che nel suo caso è il mondo russo, una civiltà slava, sovrana e indipendente da quella europea. Ora, poi, gli fa da cornice dottrinale il pensiero di un Alexandr Dugin, perché nell’Artico confluiscono quelle che definisce “le quattro cinture verticali Nord-Sud”: il continente americano, l’Eurafrica, la zona Asia-Pacifico e la zona Euroasiatica, appunto, comprendente Russia e Asia centrale[4]. In pratica, nell’Euroasismo di Gumilëv e ora di Dugin, e sostenuto diffusamente dal Cremlino, l’espansione di influenza delle grandi potenze, in cui la Russia si riconosce, non va più compresa in modo orizzontale Est-Ovest, ma appunto verticale Nord-Sud. Ed è anche in quest’ottica che si collocano le prossime esercitazioni militari fra le Marine di Russia, Cina e Sudafrica nell’Oceano Indiano, annunciate in questi giorni da Lavrov nel corso di una visita a Pretoria[5].

Non manca poi l’aggancio di Mosca alle ambizioni di Pechino sulle acque gelide dell’Artico, perché la geografia, e sarebbe bene ricordarlo, è sempre ispiratrice a tutto tondo del pensiero cinese. Fra esplorazioni di fondali a nord della Norvegia e accordi con la Finlandia (ora sospesi) per la posa di cavi marini per la digitalizzazione di quella regione, Pechino condivide la fame artica di Mosca. Da qui l’“Operazione dragone bianco” voluta da Putin per una sorta di Via della Seta ghiacciata, il cui scopo è trasformare la Cina anche in una potenza artica. Non è escluso, quindi, l’ipotesi di un Consiglio artico russo-asiatico alternativo a quello occidentale, i cui membri invece sarebbero, con Svezia e Finlandia, tutti nella Nato.

E poi perché, nelle parole dello stesso Putin, “Non esiste Artico senza Russia e Russia senza Artico, e spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità”, pronunciate non a caso all’indomani (giugno 2022) di quelle di Joe Biden, secondo il quale “per il suo dominio potrebbe scoppiare una guerra”[6]. Da qui, e in linea con il Regaining Arctic Domination, del 2021, Biden ha consentito lo stanziamento immediato di un miliardo di dollari al fine di potenziare e consolidare, anche strutturalmente, nuove basi militari in Alaska (alcune poggiano sul permafrost che si sta sciogliendo), mentre per l’Artico europeo vi provvederà l’auspicato allargamento della Nato a Svezia e Finlandia. Di fatto, il tutto appare come una affannata corsa contro il tempo dopo due decenni di impegno americano in aree decisamente più calde, come l’Afghanistan e l’Iraq. E non è un caso che Mosca, che di solito testa il suo deterrente nucleare nell'Artico in autunno, l’anno scorso l’abbia eseguito il 19 febbraio, cinque giorni prima dell'invasione dell'Ucraina. A fine luglio, poi, in piena guerra, Putin ha pronunciato una nuova dottrina navale, per impedire il dominio dei mari a Washington, certamente, ma anche per imporre la zampa dell’Orso su quelle acque e le loro ricchezze definite, per la prima volta, “area di responsabilità primaria” per la forza navale russa[7]. Ha potenziato quindi la Flotta del Nord per farne il Quinto Distretto militare del Paese, ha riaperto basi dell’era sovietica e, stando ad immagini satellitari, ha costruito nuove piste di atterraggio lungo la costa settentrionale; inoltre, nel settembre scorso, nonostante il gravoso impegno in Ucraina, ha imposto manovre di sottomarini in quelle acque ed esercitazioni (50mila uomini) nella tundra nord-orientale della Čukotka. Eppure, basterebbe conoscere la secolare storia di quelle terre così inospitali per sapere che nessuno, lassù, può farcela da solo: e vale per la navigazione, per lo sfruttamento delle risorse e più che mai per una guerra, soprattutto sapendo di non poter contare, all’occorrenza, sulla Cina, viste le sue titubanze  per una NSR che Mosca considera con status di “rotta commerciale interna” con giurisdizione illimitata, quando invece, per Pechino, è esclusivamente una rotta internazionale.

Ma qui interviene il soprannaturale. Proprio perché l’Artico è centrale nello schema strategico di Putin, non poteva mancare la benedizione del Patriarca Kirill, e non solo per il credo messianico russo secondo cui la salvezza, un giorno, sarebbe arrivata dalla Siberia, ma perché “nel Nord c’è il Divino, mentre al Sud c’è la natura”, ossia i canali di Suez e Panama, scavati nella roccia e quindi strappati con violenza dall’uomo contronatura. Lassù, invece, per il Patriarca di Mosca, la rotta marittima del Nord-Est, l’unico passaggio naturale tra l’Europa e l’Oriente, con le loro civiltà che hanno forgiato il destino dell’umanità, è una via naturale e quindi prediletta da Dio, una sorta di Terra Santa della Grande Russia per la quale vale la pena combattere una guerra. E poi perché per sopravvivere nell’Artico, l’uomo deve possedere capacità quasi soprannaturali, che appunto lo avvicinano al Divino. A noi, invece, più profani e prosaici, fra le nefaste conseguenze di un clima ferito e le perforazioni per ricchezze sommerse, accanto ad agguerrite ambizioni di dominio, l’ampia distesa bianca del Polo Nord ci appare sempre più come un enorme buco nero con tanta guerra intorno.


[1] Per i dati circa presenza militare Nato e Russia, https://www.reuters.com/graphics/ARCTIC-SECURITY/zgvobmblrpd/index.html

[2] https://www.highnorthnews.com/en/russia-launches-new-nuclear-icebreaker-it-looks-east-northern-sea-route-shipping

[3] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2021/12/Ferrari.pdf

[4] A. de Benoist, A. Dugin, Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica, Napoli 2022, p.72.

[5] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2023/01/23/lavrov-a-pretoria-a-febbraio-esercitazioni-congiunte-della-marina-di-russia-cina-e-sudafrica_22424a5a-1aa0-4c03-9a22-2f3b77988c51.html

[6] https://www.arctictoday.com/a-changing-arctic-could-bring-potential-conflict-biden-says/

[7] https://valdaiclub.com/a/highlights/the-new-naval-doctrine-of-russia/

 La Porta di Vetro, editoriale

2023, Scenari cupi di crisi umanitarie e guerre, 8/1/2023

La fine dell’anno è sempre un momento di bilanci, ma per chi fa analisi internazionali è più di previsione con l’elaborazione di rapporti su scenari di crisi e ipotesi circa la loro evoluzione nei mesi a venire. Un tempo oggetto di un paio di articoli di riviste specializzate, questi report sono andati moltiplicandosi negli ultimi anni per il numero elevato di centri studi di politica internazionale, ma anche per i molti organismi presenti in aree di crisi o di conflitto, dalle agenzie delle Nazioni Unite, a strutture e Ong di varia composizione, origine e mission. Ne derivano accurate relazioni di previsioni, in cui non mancano sorprese con squarci su scenari totalmente ignorati dai media nostrani, da cui un quadro dell’evoluzione di quanto è accaduto, sta accadendo ma soprattutto potrà accadere nei prossimi mesi. Un quadro - quasi banale dirlo - dai toni cupi, decisamente molto desolante, con pronostici che risultano più difficili di un tempo non solo per via di un aumento delle aree da analizzare, ma anche dei numerosi attori oggi coinvolti e per la natura dei fattori scatenanti o aggravanti crisi politiche e umanitarie.

E se i report dei tradizionali e più prestigiosi think tank, per lo più anglosassoni, evidenziano la possibile degenerazione di crisi globali fra grandi e medie potenze (Russia-Ucraina; Cina-Taiwan; India-Cina; la minaccia nordcoreana), tanto da risolversi nel corso del nuovo anno anche in vere e proprie guerre, e dedicano le loro ultime e scarse attenzioni a un paio di conflitti già conclamati (Etiopia e Yemen), i rapporti degli  organismi delle Nazioni Unite sembrano interrogarsi più su quale potrebbe essere il ruolo futuro dell’ organizzazione madre, come la redazione di una New Agenda for Peace (con operazioni di peacekeeping soprattutto in Africa,   aiuti al Nord-Ovest della Siria, e il contrasto alla corruzione in Honduras) con soli tre scenari di previsione bellica, come l’Afghanistan[1] (poco o nulla citato in quasi tutti gli altri report, al pari di Iraq e Libia, in una sorta di oblio voluto, come ad eclissare le responsabilità di questa parte di  mondo), e gli  onnipresenti Yemen e Ucraina. Questi sono però argomenti da big agenda, per quella geopolitica delle grandi potenze dai grandi numeri per lo più legati a grandi interessi per leadership, influenza e addirittura sopravvivenza, con le loro immense faccende economiche, finanziarie, e quindi anche strategiche, coinvolte. 

Perchè, poi, di fatto, il pianeta è scosso e sconvolto da altri numeri e soprattutto dall’emergere di nuovi elementi di crisi e dal moltiplicarsi di fattori di accelerazione che quei report di previsione, i più blasonati, sfiorano solamente o ignorano beatamente, anche solo per un diverso obiettivo ed approccio analitico. Questo riprodursi di crisi è dovuto alla frammentazione della geopolitica che, dapprima con le guerre in Siria e Libia (la cui situazione critica attuale è totalmente ignorata), e ora con quella in Ucraina (che invece domina quei report), ha visto emergere, sia per autonomia decisionale che per influenza ideologica e militare, anche potenze regionali, di media portata ma agguerrite nell’imporsi in scenari di crisi, e sono per lo più la Turchia, l’Arabia Saudita, l’India e, con tutti i suoi guai interni, anche l’Iran. Le ambizioni di influenza, proiezione e dominio commerciale pressoché cleptomane, di queste medie potenze regionali vanno così ad aggiungersi a quelle globali, come Stati Uniti, Cina e Russia, che già stanno sconquassando gran parte del pianeta. Non si tratta di un movimento coordinato non allineato con le grandi potenze. Tuttavia, queste di media portata, per lo più non occidentali, percepiscono che si è aperto uno spazio per tracciare ciascuna la propria rotta, e colgono le opportunità offerte da un multipolarismo che si sta facendo strada nella politica internazionale contemporanea. Ed è a questa frammentazione geopolitica che si deve però quel pericoloso stallo della diplomazia multilaterale che, già da prima della guerra in Ucraina, appare sempre più confusa sino a compromettere quelle azioni guardrails che vanno dalla prevenzione, l’early warning, la mitigazione sino alla risoluzione di crisi, le quali, ora, degenerano rapidamente in guerre di varia intensità od accelerano quelle in atto. E per il 2023 si segnalano già preoccupazioni in questa direzione.

Tutti i report presi in esame[2] concordano che le attuali situazioni di grave instabilità locale e regionale sono dovute soprattutto a conflitti armati (circa 100), anche se limitati  geograficamente e in intensità, agli shock da cambiamenti climatici (da cui carestie e/o inondazioni, con l’aumento di flussi di sfollati e di immigrati fuori regione o continente) come  pure agli effetti deleteri (soprattutto nell’ultimo anno con la guerra in Ucraina) di  crisi economiche e finanziarie anche se scatenate lontano migliaia di chilometri (aumento del prezzo di idrocarburi,  materie prime, granaglie e fertilizzanti), ad avvalorare il concetto ribadito alla noia  che in una realtà globalizzata nulla è più a se stante. E questi tre fattori (guerre locali-regionali, clima impazzito ed effetti da crisi economiche) formano un unico, gigante e potente aggregato destabilizzante, un brutale colosso in grado di stravolgere ampie aree regionali che vanno, con drammatica continuità geografica, dall’intero Sahel africano sino all’Asia centrale. Ne deriva così una lunga ed ininterrotta ferita, lacerante e dolorosa, dal Mali al Myanmar, passando dallo Yemen, Siria, Nagorno-Karabakh e Afghanistan, che fa sì che dagli 81 milioni di persone, nel 2014, in gravissima emergenza umanitaria, si prevedano, nel 2023, circa 340milioni, così come dai 60 milioni di profughi si giunga ai 100milioni. Umanità ferita e in movimento, a causa di guerre locali e regionali, più o meno spontanei e a bassa e media intensità, ma pur sempre conflitti di cui approfittano elementi esterni, come le grandi e medie potenze, appunto. 

Cambiano lingue, tratti somatici e colore della pelle: ma le caratteristiche e le conseguenze di questo potente insieme di fattori scatenanti ed acceleranti le crisi sono le medesime. E se non è lotta armata a più alti livelli per la presa del potere (Repubblica Democratica del Congo RDC, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana CAR, Niger, Sudan, Pakistan), o per aspirazioni separatiste (Tigray-Etiopia, la più letale del 2022, con stime che oscillano dai 400 ai 600mila morti, nella pressoché totale ignoranza di gran parte dell’opinione pubblica mondiale) o per estremismo ideologico, in particolare jihadismo (in maniera dominante in Mali, Nigeria, Niger, Somalia, Burkina Faso, RDC, Kenya, Mozambico, Afghanistan, Pakistan seguiti, con intensità minore, da Libia, Iraq, Camerun, Benin, Togo, Etiopia), è quella conflittualità di media intensità, locale e intra-Stati (in alcuni casi sono coinvolti su due fronti contemporaneamente), e che non risparmia nessuno dei Paesi del Sahel, per l’accaparramento di acque e terre per il  pascolo e l’agricoltura,  messi a dura prova dai prolungati  shock climatici (in Somalia si va verso il sesto anno di siccità), da cui la violenza contro civili anche solo per il controllo dei percorsi di transumanza che attraversano però ampie regioni, se non interi Stati. E pensare poi che i paesi coinvolti non sono nemmeno responsabili dei più gravi turbamenti climatici, contribuendo solo all’1,9% delle emissioni globali di CO2. Eppure, ne soffrono le peggiori conseguenze.

Molti di questi conflitti, seppur locali, sono però anche internazionalizzati, ossia dove almeno un Paese straniero, anche da fuori continente, fornisce truppe o forze combattenti private (la russa Wagner nel Sahel; mercenari stranieri in Yemen). Ne deriva il rischio che quei più recenti conflitti acquisiscano le caratteristiche di quelli già in atto da anni, con più soggetti armati e relativi interessi coinvolti, come per la Siria, Yemen, Somalia, Libia, e che si rivelino più letali oltre che più duraturi - in media dai 9 ai 12 anni - e dove ad essere colpiti sono per lo più le infrastrutture e le popolazioni civili (Ucraina, Siria), sino a giungere alla barbaria di bombardamenti di campi profughi (Idlib, Siria). E un prolungato stato di belligeranza porta a carenze nelle strutture sanitarie, demolite o anche solo stressate, con il risultato di non riuscire a provvedere alle emergenze quotidiane ma anche ad epidemie, e sono solo da Covid. Il colera ha seminato morte in Siria, Yemen, CAR, Libano e persino nella lontana Haiti, segnalata come area di grave instabilità e crisi umanitaria perché oramai in mano a bande di criminali, da cui una protratta azione armata e continui disordini civili.

E poi vi è il proliferare di attori armati non-statali, con l’aggravamento di tensioni e conseguenze per i civili, dato che il taglieggiamento delle attività locali, già povere e ridottissime, la lotta per il controllo  armato del territorio, soprattutto dei passaggi degli aiuti assistenziali alimentari e sanitari (con estremi quali la distruzione di riserve di cibo o l’avvelenamento delle acque, come accade in Somalia da parte di al-Shabaab) e, per tutti costoro, nessuno escluso,  l’uso dello stupro come arma da guerra, nella totale impunità, sono  i loro strumenti quotidiani per l’usurpazione e il dominio locale e regionale. E se si parla di gruppi armati non-statali non si tratta solo dei più noti jihadisti, in quegli scontri pressoché quotidiani per ostinate insurrezioni islamiste fra forze locali legate ad al-Qaeda e quelle pro-Stato Islamico (Afghanistan, Mali, Ciad, Somalia, Nigeria, Niger, quest’ultima con il maggior numero di vittime civili per mano jihadista). Vi sono anche gruppi ribelli non jihadisti, come i tuareg del Mali, che combattono contro forze di governo locale ma sono al contempo bersaglio di combattenti sia qaedisti che dello Stato Islamico; oppure i c.d. “vigilantes”, ossia forze non regolari  arruolate da forze politiche o di opposizione locali per rafforzare o contrastare chi è, legittimamente o meno, al governo (Myanmar, CAR, Burkina Faso, la regione orientale dell’RDC) e che sovente si arrogano il diritto dell’uso legittimo della forza per sferrare violenze sui civili al fine di creare terrore e instabilità, e sfruttano così le tensioni per mobilitare quelle genti a proprio sostegno, coerentemente con quel loro ruolo  di pyromaniac firefighters, pompieri piromani, che gli viene ormai attribuito.

I report di fine anno, tuttavia, analizzano a fondo solo dalle 5 alle 10, massimo 20, crisi e/o conflitti  sui circa 100 fronti di guerra attualmente in corso: evidenziano  quelli a rischio (limitato) di deflagrazione come fra Cina e Taiwan, oppure di ripresa (più probabile) come  in Siria, Yemen, RDC, Etiopia, Sud Sudan, Nagorno-Karabakh, e tastano il polso ad una comunità internazionale che, soprattutto per gran parte di quel Sud del mondo, considera la tanto  supportata guerra in Ucraina come un affare solo europeo, là dove tutti i governi occidentali preferiscono combattere la Russia più che concentrarsi  sulle conseguenze nefaste dovute ai meccanismi  di una economia globale, accaparratrice e ingrata, che ora li ha ridotti a vittime di quegli scontri  con relativa usurpazione delle loro genti e dei loro territori, esclusivamente per il controllo di fonti strategiche. Ed è comunque una Russia a cui, gran parte proprio di quel Sud del mondo, ancora guarda con rispetto per legami storici, per il commercio e, per taluni, anche dipendenza, a buon mercato, dai servizi offerti dai mercenari del gruppo Wagner. E qui, il vortice di violenza riprende vigore.

L’ignoranza oppure, e sovente, l’indifferenza  di questa nostra parte di mondo circa quelle situazioni significano così crisi irrisolte, per lo più umanitarie che in tal modo non ottengono l’attenzione adeguata per l’avvio di aiuti diplomatici e di supporto internazionali, finendo per allargarsi sino a perpetuarsi, degenerando in altri conflitti, più o meno limitati, in una spirale di violenza e sofferenza che, come un lento ma fatale tornado,  soffia e si sposta fino a lambire, a quel punto, anche i nostri confini e i nostri territori. Nessuno deve più pensare stoltamente, ipocritamente e arrogantemente, di esserne totalmente estraneo ed immune; e nemmeno permettersi di ignorarle, perché gli strumenti di conoscenza ci sono, e basterebbe solo la volontà, soprattutto politica, di recepire per cooperare. E che almeno questo, a fine di questa breve e non certo esaustiva elencazione di disperazione, sia il buon auspicio per il nuovo anno.

 

 

 


[1] https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-afghanistan; https://www.crisisgroup.org/b8-united-states/ten-challenges-un-2022-2023

[2] Fra i tanti esaminati, segnalo i più attendibili e completi, https://www.crisisgroup.org/global/10-conflicts-watch-2023; https://www.rescue.org/article/top-10-crises-world-cant-ignore-2023; https://www.icrc.org/en/document/humanitarian-crises-world-cant-ignore-2023

 

La Porta di Vetro, Editoriale

Ucraina, guerra di spie e religiosi, 15/1/2023

Il titolo dell’articolo Clergy or Spies? Churches Become Tools of war in Ukraine[1], del New York Times, del 31 dicembre scorso, ha fatto immaginare scenari da romanzo di Le Carrè, e persino molto oltre. In pratica, la notizia riguardava la caccia, a fine novembre, di spie al servizio di Putin fra i prelati e le suore della Chiesa ortodossa d’Ucraina legata al Patriarcato di Mosca (UOC-PM), con irruzioni delle forze del servizio di sicurezza ucraine, SBU, nel Monastero delle Grotte, a Kiev, un centro preminente del cristianesimo ortodosso perché vi conserva i resti dei santi più venerati nell’ortodossia slava, e nei conventi di Koretsky e di Volyn. Lo scopo era di verificare la presenza di armi e collaborazionisti di Mosca, e “impedire l’uso delle comunità religiose come cellule del Russkji Mir”, il mondo russo di putiniana concezione. Un fenomeno, quello dei pope spie pro-Russia, emerso negli ultimi mesi, con già arresti e condanne di sacerdoti ucraini, alcuni dei quali commerciati con Mosca in scambi di prigionieri. Attraverso il materiale sequestrato (denaro straniero, bandiere russe e opuscoli dell’esercito di Mosca da distribuire nei territori occupati)[2], Kiev avrebbe avuto ulteriore conferma dei suoi timori e di come la UOC-PM, nonostante la condanna all’invasione di Putin, abbia di fatto mantenuto, durante tutto il conflitto, forti legami con la Chiesa ortodossa russa, quella guidata dal Patriarca Kirill, il quasi “chierichetto di Putin”, come definito da Papa Francesco. Peraltro, Zelensky aveva già bloccato, con sanzioni e chiusure mirate, organizzazioni religiose “appoggiate da Mosca” e le attività della UOC-PM, dedite per lo più all’assistenza alla popolazione e ai militari, e aveva segnato in una black list, oltre al vescovo di Crimea, dichiaratamente filo-Putin, anche il vicario proprio del Monastero delle Grotte, quel Pavlo Lebid, alias Pasha Mercedes, per la sua passione ed uso di auto di lusso. In definitiva, dopo le irruzioni, oltre 30 prelati ucraini sono stati posti sotto inchiesta per “alto tradimento”. Oltre al materiale rinvenuto, pare che a rivelare la presenza di infiltrati russi siano state la giovane età di alcuni sacerdoti e soprattutto una loro prestanza fisica più da agente di corpi speciali che di pope ortodosso. Esagerazioni? Propaganda o paranoia di Kiev? Difficile capire fra le nebbie che solitamente avvolgono fatti e persone durante un conflitto, soprattutto quando così complesso come quello ucraino; se non fosse che, da inizio guerra, vi sono state violenze e tentati omicidi da parte di sconosciuti proprio di prelati ucraini della UOC-PM filorussa che, nonostante chiusure, sanzioni e attacchi personali, è sempre più filorussa. Ciò a dimostrazione che è difficile mettere al bando una Chiesa, fosse anche solo per i suoi decennali, secolari a volte, rapporti con i fedeli e il territorio.

Il timore di coinvolgimento di prelati in spionaggio pro-Russia  può sembrare anche solo paranoia bellica, ma registra comunque dei precedenti: più recentemente, nel 2016, in Norvegia, la Chiesa ortodossa russa acquistava numerose proprietà in prossimità di installazioni militari, così come, nello stesso anno, apriva un “centro spirituale” nel cuore di Parigi, poi ampiamente sospettato di essere una base dell’intelligence di Mosca; lo stesso  accadeva in Finlandia  per una chiesa, sotto il Patriarcato russo, considerata “posto di ascolto” per gli spioni di Putin.

Ma sorprende poi così tanto che la Chiesa ortodossa russa agisca in tandem con i servizi segreti di Mosca? Succedeva già durante l’era sovietica: nel 1943 Stalin aver dato vigore al rapporto fra URSS e Patriarcato, concedendogli lo status di organo di governo per gestire gli affari religiosi ortodossi. Dopo gli anni bui seguenti la rivoluzione del 1917 e poi quelli iniziali della Seconda guerra mondiale, proprio nel 1943, in virtù di questo accordo veniva finalmente eletto il nuovo Patriarca, Sergio I, e le chiese che nel 1941 erano 100, nel 1945 erano 25 mila, e dai 400 sacerdoti si era passati ai 33mila. Il patto voluto da Stalin era che la Chiesa ortodossa di Mosca diventasse portavoce dello sforzo bellico e della propaganda patriottica. Salvo poi emergere, da documenti dell’archivista ex KGB, Vasili Mitrokhin - lo stesso di quell’ altro più corposo dossier – che il Patriarcato era stato istituito anche come organizzazione di facciata dei servizi segreti russi, con i suoi pope utilizzati come “agenti di influenza” e addirittura per “missioni attive” e di spionaggio. Da qui, la convinzione ancora di molti commentatori e analisti, che la chiesa ortodossa russa di Kirill e la UOC-PM siano ora la stessa cosa, ossia parti dello Stato russo utilizzate in Ucraina e altrove come agenzie per i servizi di intelligence, strumenti di politica estera e, nel caso, anche di guerra ibrida. 

D’altronde, quasi ad ammettere il loro ricorso ad un clero delatore, già i governanti sovietici vedevano in suore e sacerdoti cattolici probabili spie vaticane: non deve meravigliare quindi l’allarme, lanciato ad inizio di questo conflitto, da alcuni leader religiosi ucraini circa il rischio, per i prelati cattolici e quelli stranieri, di essere presi di mira dalle forze attaccanti russe come “spie della Nato”. Questo è comunque il clima di sospetto che domina in tutti gli ambienti di guerra o regimi, come ben descritto da Elisabeth Braw nel suo God’s Spies: The Stasi’s Cold war Espionage campaign inside the Church, (2019), dove analizza i motivi per cui tanti pastori, vescovi e teologi della Germania dell’Est lavorassero come collaboratori non ufficiali della Stasi (Inoffizieller Mitarbeiter, IM). Questo perché le chiese, a prescindere dal credo, rappresentavano per il regime un’ottima fonte di ascolto del popolo ma anche una potenziale minaccia, per cui erano necessarie infiltrazioni e monitoraggio, tanto da creare addirittura un “ufficio ecclesiastico” (il Dipartimento XX/4) all’interno della Stasi, considerata,  dagli IM stessi, fra fervore religioso ed ideologico, e tanta ingenuità, una sorta di creatura dalla missione divina.

L’ attuale esperienza ucraina è simile, anche se va ancora oltre. Non sono rare le dichiarazioni di sacerdoti ucraini ortodossi sopravvissuti a quei ferimenti o al linciaggio della folla perché filorussi, che accusano ora il governo di Kiev di diffondere notizie false per scatenare così anche una guerra religiosa intra-ortodossa, all’interno di quella che viene concepita, da quel popolo, come una guerra civile. Gli argomenti di attrito ci sono e, oltre a scontri ormai decennali, quella fra la Chiesa ortodossa di Kiev e il Patriarcato di Mosca - considerato anche il terminale chiave per l’esportazione da parte della destra evangelica americana delle guerre di cultura che in Russia sono state recepite, re-inventate e nuovamente rispedite nel mondo -  è ora la messa in gioco, appunto, di una differente visione del ruolo e per missione dello Stato stesso, che sia la Russia di Putin o l’Ucraina di Zelensky.

La guerra in Ucraina è, quindi, anche guerra di Chiese e di Patriarchi, e non solo dal 2019, l’anno del c.d. tomos, ossia il documento che dichiarò la Chiesa Ortodossa Ucraina di Kiev (OCU-K), con l’attuale Patriarca Epifanio I, come autocefala, ossia indipendente da quella di Mosca del Patriarca Kirill. É, infatti, storia documentata che l’Ucraina religiosa lotti, e da tempo, per la totale indipendenza da Mosca, almeno dalla caduta dei Romanov, nel 1917: quella stessa discendenza, in cui già Caterina II La Grande e poi lo zar Nicola I avevano usato l’ortodossia come giustificazione ideologica dell’impero nel XVIII e XIX secolo. La lotta per il processo di indipendenza dalla Russia si era poi accelerato nel 1991, ed ancora quando era diventata evidente la stretta alleanza fra il Patriarca Kirill e Putin. E poi perché da sempre, seppur con identica liturgia, l’ortodossia clericale della Russia e parte di quella Ucraina si distinguono per la politica e un diverso sentimento nazionalistico, tanto che il problema con la Russia sta, nelle parole di Epifanio I, “nella nostra identità, nella nostra esistenza stessa, non nel tomos del 2019”. É il confronto, sempre nelle sue parole, con “l’impero del Male”, con “gli ideologi criminali del Russkji Mir”, per cui “il popolo è chiamato a scegliere: sei con Dio o con il diavolo?”. Parole dure quindi, ma che riflettono come in Ucraina le Chiese OCU-K e UOC-PM convivano ma si confrontino per un conflitto che è anche identitario, e che su quello si contendano i fedeli.

E non è una questione di poco conto o limitato a quel mondo europeo orientale: le Chiese ortodosse, proprio per quella competizione interna tra teologia e giurisdizioni e, al contempo, per i legami con la tradizione locale e la loro peculiare diffusione in tutti quei Paesi e oltre, appaiono oggi come un laboratorio decisivo del rapporto fra religione, società e, manco a dirlo, libertà. E nella contrapposizione fra la Russia di Putin e l’Ucraina di Zelensky diventa evidente quella tra due mondi ora completamente agli antipodi, dove in questione non è soltanto l’indipendenza fra le Chiese ma, appunto, anche quella dalloStato o essere al suo totale servizio. Se l’approccio dell’autocefala OCU-K è decisamente nazionalista, pro-occidentale e relativamente progressista, quello della UOC-PM, seppur a parole voglia staccarsi da Mosca, di fatto abbraccia in toto le tesi del suo Patriarca Kirill, che benedice l’invasione dell’Ucraina come una giusta difesa del nazionalismo russo e una crociata contro la diffusione delle ideologie liberali (aborto, eutanasia, matrimoni gay), con buona influenza  della visione di Mosca come la Terza Roma, ossia quella di un impero etnico, quasi un Regno di Dio, creato da tutto il mondo russo (Russia, Bielorussia, Ucraina e  Moldavia), e fatta propria dall’ideologo-teologo Aleksandr Dugin[3]. L’influenza di costoro è tale da formare ora un grande partito slavofilo e reazionario, con continuità geografica da San Pietroburgo e Mosca, intese come capitali del potere e della politica, alle regioni ucraine orientali filorusse e alla Crimea, e dove Kiev avrebbe invece il ruolo di capitale spirituale.  In pratica, Kirill e Dugin elevano il progetto di Putin per un totalitarismo chiamato a cambiare il mondo, come un tempo l’URSS, ma ponendo al suo centro non l’ateismo di Stato ma un vero e proprio fondamentalismo di Stato. La Chiesa, quindi, con il suo controllo e utilizzo, sono così indispensabili a Putin per realizzare la nazionalizzazione delle masse, ossia il suo progetto totalitario sul mondo russo, fondato sul cristianesimo ridotto ad antica tradizione. E sebbene le chiese della UOC-PM, in Ucraina, i cui prelati condividono questa visione, si siano ridotte da inizio del conflitto dal 70 al 30%, il numero dei loro fedeli praticanti è aumentato notevolmente. 

Sono certamente anche macchine di propaganda, su cui fa affidamento Mosca: quei suoi fedeli ucraini hanno infatti giustificato l’invasione russa del loro Paese dichiarandosi un “residuo perseguitato” che lotta per la verità, la moralità e il vero cristianesimo contro un Occidente decadente nei valori e nella fede. Ecco del perché delle preoccupazioni di Zelensky circa spie e collaborazionisti pro-Putin di quella che pare essere una minaccia sovversiva unica nel cuore dell’Ucraina. Inoltre, Zelensky è ebreo, e per costoro quindi il perfetto cattivo anticristiano, argomento che è poi manna dal cielo per una propaganda elementare ma efficace per una base ortodossa filorussa profondamente antisemita. Insomma, i presupposti per una guerra civile anche religiosa, oggi, in Ucraina, ci sono, e ben oltre i pope spie del Monastero delle Grotte e dei suoi conventi.


[1] https://www.nytimes.com/2022/12/31/world/europe/orthodox-church-ukraine-russia.html

[2] Questo il documento ufficiale dell’SBU, https://ssu.gov.ua/en/novyny/sbu-vyiavyla-v-yeparkhiiakh-upts-mp-rosiiski-pasporty-sklady-propahandystskoi-literatury-ta-perepustky-okupantiv

[3] https://www.laportadivetro.com/post/l-volto-prismatico-di-aleksandr-dugin

 

La Porta di Vetro, Editoriale

Etica del dialogo, Etica della violenza, 30/10/2022

Pramila Jayapal è la portavoce dell’ala progressista del Partito Democratico statunitense e protagonista dell’audace quanto accidentale divulgazione di una lettera di 30 esponenti del suo gruppo che chiedevano al Presidente Joe Biden un cambio di strategia verso l’Ucraina, invocando “una spinta diplomatica proattiva, raddoppiando gli sforzi per cercare un quadro realistico per il cessate il fuoco”[1]. In pratica, basta invio di armi e l’avvio, invece, di un tavolo di trattative per una  tregua. La lettera, prontamente ritirata con tanto di scuse sulla svista dello staff che l’avrebbe divulgata senza consenso dei firmatari, in un ossimoro di logica di comportamento, risalirebbe all’estate scorsa, ma la sua pubblicazione, a pochi giorni dalle elezioni di mid-term statunitensi, ha sollevato il caos nel mondo Dem americano. E sì, perché  invocare un cambio così netto di strategia politica e diplomatica, in un contesto conflittuale per la difesa del diritto sacrosanto dell’Ucraina a tutelarsi  dall’invasore  russo, con tutto ciò che in questi mesi di guerra è  stato narrato, detto e fatto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati contro la Russia,  potrebbe costare caro politicamente a parecchi dei firmatari di quella improvvida lettera di buon senso, come appunto una mancata rielezione l’8 novembre prossimo. In pratica, va bene essere contro la guerra e magari anche invocare il dialogo, ma se in gioco c’è il mio seggio alla Camera o al Senato, che la guerra continui. Ma non solo: non si cerchi affatto il dialogo, non ora per lo meno. Certamente vi sono momenti più adatti ed opportuni per le trattative se è vero che, come affermato dal  portavoce del consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca,  John Kirby, “spetta a Zelensky determinare che cosa rappresenti un successo e quando negoziare”[2]. Ma è pur vero che la parola “dialogo” nel conflitto Ucraina-Russia crea disagio se non addirittura panico nel mondo politico occidentale,  seppur ora si intraveda qualche crepa. 

E qui il ragionamento si fa complesso ma riflette, di fatto, l’approccio alla politica di quest’era in cui l’estremizzazione del manicheismo, della lotta fra il Bene e il Male assoluti, e che da tempo si risolve in un risoluto “noi” contro “loro”, di fatto, sta impedendo ogni forma di soluzione mediata. Perché l’unico criterio ammesso nel confronto politico, oramai, a tutte le latitudini e nei più svariati ambienti, anche nel nostro nazionale,  è quello dell’annichilimento dell’avversario. L’antagonista politico è il nemico o, peggio, un arcinemico da sopprimere, per quella che è la prassi diffusa di ciò che il filosofo Leo Strauss definiva della reductio ad hitlerum[3] del rivale, quell’equipararlo  al  più immorale, spregiudicato e  spietato modo di fare politica, al fine di screditare l’altro senza più alcuna possibilità di riscatto e, di conseguenza, di giungere a qualsiasi forma di compromesso. In pratica, il contrasto di posizioni, a qualsiasi livello, sembra ora essere sostituito dal disprezzo  non solo ideologico ma soprattutto umano, tanto da impedire di delineare vie d’uscita coerenti e  sostenibili. E se è comprensibile l’alzata di scudi  alla proposta di trattare con i più sanguinari terroristi, attori non-statali e rappresentanti del nulla se non della loro crudeltà -  come si fece promotore nel 2014 l’allora grillino Di Battista nei confronti dell’Isis - nel conflitto oggi fra Ucraina e Russia non debbono prevalere la rabbia e lo sdegno sulla ragione e sulla buona volontà,  quando dall’altra parte vi è il massimo rappresentante di uno Stato seppur ora nemico. Per come si sta estremizzando gran parte del mondo[4], anche occidentale, istituzionalizzato e sovrano,[5] si rischierebbe infatti  solo un monologo, un drammatico assolo, finendo  per dare ragione all’avversario quando afferma che “si sta aprendo il decennio più pericoloso, imprevedibile e importante dalla Seconda guerra mondiale”[6].

Eppure questo è il risultato della polarizzazione della politica che si è estremizzata  al punto da far sì  che paia dissennato chi vuol fare il primo passo verso il dialogo; perché in un universo come quello dei rapporti politici attuali, dove l’unico modo per liberarsi dal nemico e dalla paura della morte, è la vittoria totale sull’ odiato antagonista, nessuno vuole cominciare per primo a deporre gli strumenti da cui il proprio successo finale può dipendere. Si tratta dei meccanismi che ben sottostanno all’isteria politica contemporanea e ben espressi in un discorso di Norberto Bobbio, Etica della potenza ed etica del dialogo[7] compiuto esattamente quarant’anni fa presso l’Università Cattolica di Milano. La minaccia allora era quella del confronto nucleare, quindi addirittura coincidente  a quella che stiamo vivendo in questi mesi[8] ed in queste ore, fra accuse reciproche di operazioni false flag  per bombe sporche e dopo l’annuncio di Biden di accelerare i piani di dispiegamento di ordigni nucleari tattici B61-12 nelle basi Nato in Europa, a sostituire quelli vecchi già esistenti, previsto per la primavera prossima ma anticipato a dicembre. 

Il punto evidenziato da Bobbio, all’inizio degli anni ’80,  era che fosse necessario il dialogo con il nemico ben oltre il solo parlarsi (“beninteso, non basta parlarsi per dialogare”),  perché anche la parola può essere usata come forma di dominio. E come dargli torto alla prova dei fatti di una nostra contemporaneità iperconnessa, fatta di post e tweet delle alte cariche istituzionali, soprattutto statunitensi, che hanno imperversato in rete, fatto politica, fatto nascere  e modellato movimenti di pensiero attraverso le piattaforme social e di messaggistica criptata. Un pensiero a volte addirittura così estremo, in cui ben si configura  quel terrorismo stocastico  che è, in pratica, l’incitamento alla violenza, sdoganata dalla retorica politica cospirazionista, attraverso la comunicazione di massa (Trump docet)[9], di cui si hanno esempi ormai quotidiani, come, fra gli ultimi, l’aggressione in casa della speaker democratica Nancy Pelosi.

Il richiamo fondamentale per il dialogo era, per Bobbio, l’etica, “la condizione cioè che ognuno dei due si fidi dell’altro” nel rispetto, appunto, dell’antagonista come soggetto e non il suo abbassamento ad oggetto  e che, quindi, venisse onorata la regola morale pacta sunt  servanda. Un invito che sembrò essere accolto dalle superpotenze guidate allora da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, e la firma nel 1987 dell’ Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty,  che sancì lo smantellamento di tutti i missili nucleari con gittata tra i 500 e i 5.000 chilometri di Stati Uniti e Unione Sovietica. Trattato che poneva fine alla Guerra fredda, almeno temporaneamente, visto che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati da quegli accordi nel 2019 dopo un acceso scambio di accuse con Mosca circa  reciproche violazioni[10]. E  a prescindere da chi sia stato ad iniziare per primo, così facendo  si è imposta nuovamente l’etica della potenza su quella del dialogo, la logica della sopraffazione contro quella della cognizione.

Il rischio di correre verso  quella pericolosa deriva  sembra essere più che mai attuale, soprattutto se si considera l’aggravante che nella dialettica politica occidentale a noi contemporanea, il ricorso alle armi e alla fermezza nichilista, anche in virtù della minaccia dell’uso del nucleare, venga giustificato da scopi salvifici e liberatori per l’umanità intera da cui la definizione, addirittura,  di un’ etica della violenza. Perché il ricorso a quest’ultima viene ora argomentato e  legittimato dal suo fine supremo, la salvaguardia del genere umano, da cui dogmi, principi o valori così elevati per cui si è disposti ad uccidere e a morire. 

Quali, quindi, le soluzioni a questo destino di violenza a cui sembriamo, a vari livelli, destinati? E’ sicuramente necessario disintossicarsi dall’odio e dalla violenza che permeano una cultura che oggigiorno passa attraverso i grandi strumenti di comunicazione, per mezzo di una iperconnettività che pare sempre più armata[11] e che sovente viene sminuita, pericolosamente, a sola propaganda dell’avversario. La grande sfida sta appunto nel  disarmare questa connettività, recuperando una  prassi politica che  vada oltre e, come affermato allora da Bobbio, “faccia cadere i molti muri di Berlino che ciascuno di noi ha innalzato fra sé e i diversamente pensanti (…) evitare di dividere il mondo in rossi e neri e dopo averlo diviso star sempre dalla parte dei rossi contro i neri o dalla parte dei neri contro i rossi. Non accettare lo spirito di crociata, lasciarlo ai fanatici di tutte le sette”[12]. Insomma, recuperare il dialogo, il buon senso, ed il significato più profondo della parola etica, annichilita in questi anni perché sacrificata a favore della sprezzante prevalenza dell’economia sulla politica, nella spasmodica ricerca del proprio tornaconto individuale a scapito dell’interesse della collettività. Solo con il ritorno all’etica e al riconoscimento dell’altro, per quanto violento e scellerato, come persona non solo giuridica ma anche in senso morale, solo così, appunto, sarà possibile ritrovare la fiducia nella politica e nei suoi strumenti di dialogo, laddove ora l’interesse del singolo, il mantenimento del proprio seggio al Parlamento o al Congresso travalica, rema contro  e annienta  il benessere e la salvaguardia dell’intera collettività e della razza umana. 

 

 


[1] https://www.theguardian.com/us-news/2022/oct/25/democrats-joe-biden-ukraine-war-russia-letter

[2] https://www.washingtonpost.com/politics/2022/10/24/biden-ukraine-liberals/

[3] L. Strauss, Droit naturel et histoire, Paris 1954; A. de Benoist, La Nuova Censura. Contro il politicamente corretto, Napoli 2021.

[4] M. Naim, Il tempo dei tiranni, Milano 2022.

[5] A. Simoni, Ribelli d’Europa. Viaggio nelle democrazie illiberali da Visegrád all’Ucraina, Roma 2022.

[6] https://www.themoscowtimes.com/2022/10/27/putin-says-decade-ahead-most-dangerous-since-wwii-a79216

[7] Il discorso si tenne il 31 dicembre 1982. Si veda N. Bobbio, Etica della potenza ed etica del dialogo, in “Vita e Pensiero”, n.3, 1983, ripubblicato e disponibile on line a questo indirizzo https://www.vitaepensiero.it/scheda-articolo_digital/norberto-bobbio/etica-della-potenza-ed-etica-del-dialogo-888888_2014_0001_0020-168583.html

[8] https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-60-anni-fa-la-crisi-dei-missili-a-cuba; https://www.laportadivetro.com/post/armi-nucleari-tattiche-l-opinione-militare

[9] G. Tappero Merlo, Dalla paura all’odio. Terrorismo, estremismo e cospirazionismo, Trento 2022, p. 273.

[10] https://www.armscontrol.org/factsheets/INFtreaty

[11] M. Leonard, The Age of Unpeace, London 2021.

[12] N. Bobbio, Etica della potenza, op.cit.

 

La Porta di Vetro, Editoriale della domenica

L'Afghanistan talebano, fra crisi umanitaria e assillo sulla sicurezza, 4/12/22

L’assillo dei talebani afgani è la “sicurezza”. Dopo più di un anno dal loro ritorno al potere, da quel change, il cambiamento, come  definita localmente -  in lingua inglese per farsi capire dagli osservatori stranieri in visita -  la partenza degli americani e alleati,  vissuta come una vera e propria liberazione, il loro mondo e la totalità dei loro affanni sembrano ruotare attorno a questa parola: sicurezza alimentare e igienica, sicurezza economica e monetaria, sicurezza contro i nemici esterni ma anche quelli, e tanti, interni, sicurezza del giusto rispetto delle leggi islamiche. In pratica, sicurezza di garantire una lunga vita all’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Quindi, di fatto, un gravido senso di oppressiva insicurezza sta intossicando il governo talebano afghano. E ne ha ben ragione. 

La drammatica situazione economica (a fronte di salari invariati, per chi ancora ce l’ha, il prezzo della farina  è raddoppiato, quello della benzina triplicato) e le pessime condizioni di vita della popolazione, alle porte di un lungo e notoriamente rigido inverno per quella regione, dopo un’estate di siccità e carestia, con asset finanziari governativi bloccati nelle banche statunitensi ed europee (all’incirca 9,5 miliardi di dollari), la crisi di rifornimenti alimentari e di medicinali per via della guerra in Ucraina e le sanzioni imposte internazionalmente all’Afghanistan talebano, non fanno sperare in tempi facili per quella gente. La situazione è così drammatica che, stando a reportage al seguito di organismi quali Intersos, parecchie famiglie afghane, molte delle quali con più di 5 bambini, sono consapevoli che nei prossimi gelidi mesi il più piccolo o il più debole fra quelli non sopravviverà al freddo, alla fame, agli stenti, alla difesa del poco bestiame rimasto[1].

E il tono con cui ne parlano mostra non solo rassegnazione, ma quel disincanto del mondo, quell’ Entzauberung der Welt di cui parlava Max Weber, dove tutto perde di senso, e quindi anche la morte non ne ha più  e dove ognuno, quel senso, deve procurarselo individualmente, facendosene una ragione. Come l’essere donna, nel Paese dei talebani: è l’invisibilità, anche della propria dignità, ammantata nel burqa, destinata a una scolarizzazione basica, nessun lavoro (solo nella sanità), proibito l’accesso ad uno sport, con il solo dovere di fare figli e, ora, tanta elemosina, e  dove la corporeità vale meno di un  pacco o di una valigia se, preso un taxi, una donna deve viaggiare nel bagagliaio e lasciare i suoi averi prender posto sui sedili all’interno solo perché al volante non vi è un uomo di famiglia.

E anche se la comunità internazionale ripete di non potersi permettere l’ennesima catastrofe umanitaria, di fatto, nessuno molla. Tutti fermi, coerentemente, demagogicamente e cinicamente saldi nel voler imporre ai talebani il rispetto prima di tutto  dei sacri principi di difesa dei diritti umani (donne e giustizia), e poi, forse, e solo quando quel governo  avrà reciso realmente i suoi legami con il terrorismo di al-Qaeda – quindi mai, tranquilli! – le cancellerie occidentali garantiscono che arriveranno il riconoscimento di quel regime e, in ultimo,  ma proprio alla fine, l’avvio di aiuti umanitari ad una popolazione, che già ora, sappiatelo, è allo stremo. In pratica, la guerra dei valori dell’Occidente contro il regime talebano è solo una discesa agli inferi  di quella popolazione, con un’ uscita dai tempi lunghissimi, pressoché biblici, colma di sofferenze per un’ umanità tradita, anche e soprattutto dall’Occidente. 

Ma a Kabul lo sanno perfettamente e non si attendono aiuti da questa parte del mondo; e poi perché Cina e Russia non si pongono certo scrupoli a intervenire. La prima per interessi pragmaticamente economici, e la seconda per quella sorta di zelo a difendere le sue tre ex repubbliche, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, che confinano con l’Afghanistan. Perché, per quanto concentrato sull’Ucraina, Putin non può e non vuole permettere minacce dirette dall’ingerenza di gruppi islamisti (in particolare l’IS-KP, lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan, acerrimo nemico dei talebani e di Mosca, per via  anche delle vicende siriane) in territori che considera affini perché russofoni o russofili, e per questo elementi strategici da salvaguardare per il suo progetto  di multilateralismo ed il rilancio di influenza politica ed economica della sua Novorossia.

Non è un caso, infatti, che tutti gli sforzi che stanno compiendo i vertici talebani afghani è quella di ottenere il riconoscimento internazionale, dimostrando che, di fatto, l’Afghanistan è uno Stato di diritto, anche se è sharia, ed è sicuro. Un Paese, insomma, a cui dare credibilità e permettergli la rinascita dopo l’handover, l’avvicendamento, e quel passaggio di consegne dell’agosto 2021 che è stato per gli Usa il chiudere la questione afghana e la lotta al terrorismo, che da lì è partito nel 2001, a fronte tuttavia di minime rassicurazioni. Un passaggio di consegne avviato da Obama, controfirmato da Trump ed eseguito, malissimo, da Biden, e dopo il quale, da parte dell’Occidente, pare sia calato il sipario su quella terra e il suo destino, al pari di una vergognosa, cattiva azione di famiglia e, come tale,  destinata ad essere trattata con ritrosia.  Sono sempre più scarne, infatti, le notizie che vengono diffuse in Occidente su quel Paese, anche sugli attentati che ne flagellano la gente, come l’ultimo, il 30 novembre, in una madrasa, con 15 morti e circa una trentina di feriti, mentre l’attenzione dei media nostrani andava esclusivamente su un attacco parallelo, in Pakistan, con 3 morti e alcuni feriti. Il primo, per mano dell’IS-KP, contro i talebani afghani; il secondo da parte del gruppo antagonista, il TTP, i Talebani pakistani contro il proprio governo.  Ma sull’Afghanistan sembra calare il silenzio, appunto come una vergogna per un membro di famiglia, di cui si spera di perdere presto le tracce. Ecco la tanta, stolta e guercia omertà di questa parte di mondo su quanto sta avvenendo ora laggiù.

E’ noto che si sta consumando una guerra intraislamica per il controllo della regione AfPak fra gruppi estremi, dalla medesima dottrina islamista radicale, talebani contro IS-KP: ma non è una questione ideologica – entrambi mirano ad uno Stato, Emirato o Califfato, Islamico – quanto piuttosto strategica. E se per un momento si tralasciano le ambizioni regionali che spingono l’IS-KP a far sparire il modello talebano dal Centro Asia a favore di un proprio Califfato con marchio IS[2], si comprende come quest’ultimo non sia il solo responsabile  della violenza in Afghanistan. Vi è una resistenza a nord, nel Panjshir composta da oltre una ventina di gruppi di opposizione sia ai talebani che all’IS-KP, sui quali spicca quello di Ahmad Massoud - ora rifugiato per sicurezza in Tajikistan e figlio del mitico “Leone del Panjshir” assassinato nel 2001 - che accusano i talebani di pulizia etnica, crimini di guerra e di voler trasformare quel paese in un hub internazionale del terrore. Da qui la loro richiesta di armi e finanziamenti all’Occidente per continuare nella loro resistenza contro il regime di Kabul. Ma appunto, l’Occidente sembra voler aver chiuso con quel tipo di guerre al terrorismo islamista, e se c’è una resistenza da sostenere, ad oltranza, è quella dell’Ucraina, per cui le richieste di Massoud e dei partigiani afghani di varia estrazione, cadono nel vuoto.

Ma è da questi gruppi di oppositori interni e dai nemici regionali, come l’IS-KP, che arriva l’ossessione talebana per la sicurezza, con provvedimenti che rasentano il farsesco come l’installazione, già avvenuta, di oltre 2mila telecamere a circuito chiuso, imposte dal governo ma a spese dei privati in alcuni distretti di Kabul e la richiesta per ogni singola abitazione di installarne, e sempre a proprie spese, al fine di ridurre crimini e terrorismo. Non sono state sollevate nemmeno questioni di privacy, ben sapendo che è un tentativo del governo di controllare la popolazione contro cui è difficile opporre una qualsivoglia forma di opposizione. Ma vi sono gli alti costi per gran parte di quei cittadini, con la farsa data dal fatto che difficilmente le telecamere possono operare se, come accade da mesi in vaste zone della capitale, non c’è nemmeno l’elettricità.

Un altro giro di vite anche per l’ossessione circa una maggior sicurezza è rappresentato dalla decisione del leader supremo dei talebani, Akhundzada, presa nelle settimane scorse, di far applicare pienamente la sharia e le sue punizioni, incluse le mutilazioni, fustigazioni ed esecuzioni, anche retroattivamente. In pratica, un riesame dei crimini passati, quelli rientranti nell’ Hudud, per cui sono richieste prove incontrovertibili, e quelli Qisas, per cui è prevista la variante islamica della legge “occhio per occhio” anche se, in cambio di un’amputazione di un arto, la fustigazione o la vita  stessa del reo, bastano il perdono dei famigliari o delle parti offese, oppure un risarcimento in denaro. 

Il rigore giudiziario per sharia e sicurezza riguarda anche la produzione dell’oppio che, si ricorda, in Afghanistan copre l’80% della domanda mondiale. Già ad aprile, il governo talebano aveva vietato la coltivazione del papavero. Tuttavia, stando ad un rapporto delle Nazioni Unite, la produzione non è scesa, anzi è cresciuta di un terzo (dall’agosto 2021) in quanto quel divieto, di fatto ha triplicato il prezzo del papavero al punto da diventare più redditizio per i contadini che, già colpiti dalla crisi economica, hanno così sottratto i propri campi al grano in favore di quel fiore, linfa di morfina ed eroina. In pratica, leggi del libero mercato contro leggi islamiche, 1 a 0. Anche qui, però solo illusione di ricchezza, dato che l’inflazione sui prezzi alimentari è cresciuta del 35%, per cui i guadagni della vendita dell’oppio, per quegli agricoltori, non si sono trasformati in un loro maggior potere d’acquisto.

Nonostante questa caotica e incerta situazione, un certi qual senso di sicurezza è comunque percepito, molto di più rispetto a prima del ritorno dei talebani se, come affermano molti afghani, la “pacificazione” imposta con il loro arrivo ha posto fine allo stato di guerra permanente, e “non si sentono più i droni americani ronzare in cielo”, così come non ci sono più attacchi della guerriglia talebana. Ma se si fa notare che  vi sono  attentati e il governo è quindi sotto attacco da nemici interni ed esterni, allora, quegli stessi uomini, alzano le spalle e sorridono, a riprova che “quando credi di aver finalmente capito l’Afghanistan, allora vuol dire che non l’hai capito”. O forse, la loro, è solo paura di svelarsi, a conferma di un loro inconscio approccio weberiano dove, avendone messo in discussione le vecchie credenze e i valori, il loro mondo è stato reso disincantato.


[1] E. Albinati, F. D’Aloja, I cocci dell’Afghanistan, Corriere della Sera -La Lettura, 20/11/2022.

[2] https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-afghanistan

 

La Porta di Vetro, Editoriale della domenica